L'Italiano di Sebastiano Vassalli - Enaudi 2007
recensione di Elisabetta Bolondi
Sono undici i ritratti che Vassalli ha dedicato a personaggi emblematici e rappresentativi della storia italiana degli ultimi due secoli. Già nel suo splendido Cuore di pietra, la storia di una casa nei pressi di Novara e dei suoi diversi abitanti succedutisi nel corso dei secoli, l’autore aveva mostrato una spiccata tendenza a raccontare la storia, quella con la esse maiuscola, attraverso personaggi, più o meno significativi, ma capaci di evocare scenari e atmosfere molto suggestive, mentre si rileggevano episodi spesso dimenticati. Ora, nell’Italiano, l’autore ripercorre alcuni momenti fondamentali della nostra storia nazionale, la caduta della repubblica di Venezia, Crispi, la prima guerra mondiale, il fascismo e la sua caduta, la mafia, Cefalonia, il comunismo e la caduta del suo mito, il femminismo, Berlusconi, attraverso brevi racconti, alcuni brevissimi, che hanno avuto per protagonisti personaggi, notissimi o sconosciuti, che hanno tratteggiato in modo magistrale l’atmosfera del momento, epico o tragico, da loro vissuto.Il libro, di appena 140 pagine, alterna registri diversi: ai racconti, spesso in terza persona ma non sempre, si contrappongono una domanda e una risposta finale inattese: un dialogo surreale fra Dio e l’Italiano nel giorno del Giudizio, di sottile e profonda comicità.
Leggendo i racconti si è colpiti dall’individualismo degli italiani tratteggiati dall’autore, dalla loro capacità di trasformarsi a seconda delle diverse circostanze che si trovano ad attraversare, ma dalla sostanziale simpatia, pur venata da una sottile condiscendenza, che Vassalli mostra nei loro confronti.
Dovendo scegliere tra i racconti, vorrei sottolineare che Il tenore, brevissimo, mostra più degli altri il grande piglio da narratore del Vassalli. Dopo due anni di guerra, la prima guerra mondiale, al sergente Eraldo Fortis, di professione portinaio, in licenza dalla trincea, viene richiesto dal piccolo pubblico di abitanti del palazzo, un racconto, un episodio, qualcosa che permetta da lontano di capire la guerra. Ecco allora che Eraldo, nel silenzio profondo dei suoi ascoltatori, racconta la storia del portaordini Pasquale Esposito, napoletano, divenuto celebre fra le truppe col soprannome di Caruso.
In mancanza del telefono i superiori avevano tentato di mandare dei soldati di notte a consegnare ordini, ma ben tre ne erano morti, falciati dalle mitragliatrici austriache. Quando toccò a Esposito, tutti capirono che non se la sarebbe cavata, anche se si era scolato una intera bottiglia di cognac per darsi coraggio prima di essere scaraventato allo scoperto. Ed invece, figura vestita di bianco nella notte gelida, a 1400 metri di altezza, con la fotoelettrica ad illuminarlo a giorno, ecco che il soldato comincia a cantare Che gelida manina… e prima nel silenzio, poi accompagnato dagli applausi degli austriaci prosegue la sua romanza come su un palcoscenico, seguito dal faro accecante che ne incornicia la piccola figura, al grido in italiano di forza Caruso dei nemici, ammaliati dalla potenza e dalla dolcezza del canto. E il miracolo si ripete per altre notti ancora, con l’improvvisato tenore che esprime tutto il suo popolaresco repertorio. Scrive quasi commosso Vassalli: Si era creato qualcosa, lassù in quell’inferno di ghiaccio, una specie di incantesimo che ci faceva sembrare la voce del nostro portaordini non meno bella di quella del vero Caruso. La notte che lui ha intonato l’aria della Tosca, “E lucean le stelle, e olezzava la terra….” Io avevo gli occhi pieni di lacrime, e credo che anche molti dei nostri nemici abbiano provato la stessa emozione. Perché avrebbero dovuto ammazzarlo? Era laggiù, in mezzo al cerchio di luce, e cantava per loro….
Insomma gli Italiani sono un po’ poveri diavoli, un po’ Caruso, e il nemico è pronto a perdonarci i nostri tradimenti, le nostre doppiezze, di fronte alla nostra fantasiosa creatività.
Ma nel carattere degli italiani in guerra c’è anche l’eroismo silenzioso e fuori dal palcoscenico: è la storia del carabiniere ucciso con altri migliaia di innocenti a Cefalonia all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, che rifiutarono di arrendersi ai tedeschi.
Il sottotenente Ottavio Petruccelli di anni ventinove, viene descritto nel momento di affrontare il plotone di esecuzione, con nessuna voglia di morire, ma convinto della ineluttabilità della sua scelta.
“Morirò da carabiniere, - pensò il sottotenente Petruccelli scendendo nella fossa insieme agli altri, - anche se , in fondo, non ha senso. Ma quella nuvola, ha senso? E quell ’uccello sul mare? E noi?”
Si scoprì il petto e gridò .”Viva l’Italia, Viva il Re!”
Le parole e i concetti messi in bocca a questo sfortunato eroe sono quelli della grande poesia italiana, di Leopardi, e le immagini quelle di Montale, il piglio di Ungaretti.
L’ultima parte del libro di Vassalli è dedicata al signor B. L’analisi che viene fatta sugli italiani e le loro caratteristiche diventa spietata, senza mai trascendere nella volgarità o nella contrapposizione ideologica che nega ogni possibilità di dialogo vero. Eppure nelle pagine conclusive, quelle dedicate esplicitamente a Berlusconi, esso viene identificato con l’arcitaliano, cioè la nostra fotocopia, ci piaccia o no, nel paese dalle mille anomalie di cui lui è il prodotto più esportato e identificativo.
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