Relazioni alla CONSULTA SOCIALISTA - 1 -
Roma - Hotel Bologna - 6 novembre 2007
Franco Archibugi
Relazione al Convegno promosso dalla ‘Consulta Socialista’:
Il Socialismo democratico e liberale
1. Premesse
1. Oggetto della relazione.Per “costituzione materiale della nuova società” intendiamo1 la composizione della società nel suo complesso in vista di un suo riassetto finalistico. Nell’espressione sono compresenti due diversi momenti logici: 1) quello analitico concernente appunto l’analisi della composizione della società così come si evidenza nella sua attuale evoluzione e caratteristiche, e 2) quello politico, che riguarda l’idea di un suo riassetto in ragione di obiettivi e finalità politiche di miglioramento.
Mi propongo con questo contributo di avviare una discussione all’interno del nostro nascente sodalizio su questo argomento, raccomandando tuttavia di tenere ben separati, nella discussione, i due suddetti momenti logici.2 Esaminerò analiticamente come si configurano oggi strutturalmente le società avanzate contemporanee (dove è nato il socialismo e si è sviluppato). E discuterò (ispirandomi esplicitamente alla tradizione del Socialismo liberale3) quali direzioni potrebbero essere oggetto di interesse nuovo per l’elaborazione di una azione politica socialista.
2. Il vecchio dibattito sul socialismo. Il punto di vista del Socialismo liberale, almeno così come teorizzato in Italia da Carlo Rosselli, fu a suo tempo assai critico, come si sa, verso buona parte delle posizioni del marxismo “ufficiale”, e costituì – nella sua epoca – un punto di svolta importante per dirottare il vecchio socialismo – già carico di controversie dottrinarie estreme in tutta Europa (gradualismo contro radicalismo, determinismo contro volontarismo, riformismo contro massimalismo) - verso nuove spiagge teoriche, sulla spinta della trasformazione strutturale della società e del capitalismo già allora intervenuta.4Ma l’insorgere della cortina di ferro e della guerra fredda che - come poi si è rilevato inequivocabilmente – avevano ben poco a che fare con il dibattito interno al socialismo; il dibattito si congelò sulle vecchie posizioni, rendendo oziose e inattuali le vecchie controversie, e il suo ruolo fu assai effimero. Per di più in Italia il pensiero di Rosselli, rimase ignoto a lungo5, e così si perdette l’occasione che una sua maggiore conoscenza in tempi più addietro, potesse avere l’effetto di indurre molti buoni socialisti e comunisti (fatemelo sperare!) sensibili alle lusinghe sovietiche, a liberarsi in anticipo dalla tutela ideologica e politica del comunismo e del regime sovietico (ciò che ha creato un danno irreversibile all’avanzamento del socialismo in Italia).
3.Una visione aggiornata del dibattito.
D’altra parte una visione aggiornata dell’assetto sociale non può che essere un tema centrale e strategico per un movimento politico ideale che si ispira alla tradizione del Socialismo liberale. Così lo è stato nel passato e non vedo come possa non esserlo anche per il presente e il futuro, qualsiasi sia lo sbocco che avrà la riflessione che si inizierà.
Una visione dell’assetto materiale della società, è infatti un passo essenziale di una visione politica di lungo periodo e un quadro essenziale di riferimento di una politica socialista, che non sia episodica e occasionale (come invece essa si è ridotta ad essere da un po’ di tempo a questa parte).6Essa costituisce l’elemento “utopistico” fondamentale e tradizionale – rivoluzionario e riformistico insieme – di una riflessione socialista7. Vorrei in proposito che si ricordasse ricordare l’impostazione rosselliana, che era insieme riformistica e rivoluzionaria8, in quanto negava l’autonomia sia del riformismo che quella del radicalismo: perché il riformismo senza radicalismo è destinato a perdere la coscienza delle sue finalità e il radicalismo senza riformismo è destinato all’impotenza e a perdere il contatto con la realtà che cambia.
Ma entrambi – riformismo e radicalismo – nella loro comune reciproca funzione, devono partire da una costante, quasi permanente, visione aggiornata (cioè re-visione) della società di cui perseguiamo – nominalmente - il riassetto.
Il “riassetto” della società è l’elemento politico del socialismo. Ma tale elemento – nel socialismo (e ciò forse a differenza di altre “ideologie”) - non nasce da principi astratti, o da dottrine filosofiche, e da ideologie aprioristiche. Nasce da una analisi e valutazione delle situazioni storiche e delle condizioni e rapporti sociali che ne derivano. Quindi il primario aggiornamento deve essere operato come analisi aggiornata della situazione e dei rapporti sociali,
Oggi si ha l’impressione che è proprio questo di cui si sente carenza. Prima di tutto dobbiamo domandarci, come socialisti, se le nostre politiche, e anche la nostra fedeltà ad esse, sono sufficientemente basate su una presa di coscienza delle implicazioni sul nostro stesso concetto di riassetto sociale (sul nostro “socialismo”) delle trasformazioni intervenute nelle “condizioni materiali” della produzione, (quelle che Marx chiamava le “forze materiali della produzione”); e sui rapporti sociali nuovi che ne emergono, e su cui innestare successivamente quelle politiche (più o meno rivoluzionarie, più o meno riformistiche). Credo che sia su questo che dovrebbe soprattutto concentrarsi il nostro ruolo come “Consulta socialista”, prima di procedere ad elaborare proposte riformistiche di governo. Proposte che potranno probabilmente di fatto confluire con quelle di formazioni politiche di altra origine; ma che senza un confronto di conformità e di coerenza con il nostro patrimonio di analisi (magari adeguatamente aggiornato) le sentiamo piuttosto deboli e generiche, ci fanno sentire antiquati e dubitare qualche volta di una nostra specifica identità, travolti dalle contingenze politiche 9.
3. L’ analisi del capitalismo e dei rapporti sociali conseguenti.Essendo nato il socialismo come risposta negativa al “sistema capitalista”, alla creazione della “classe” dei proletari (da cui tutte le implicazioni della “lotta di classe” come base di fondo della lotta per il socialismo, e della egemonia di una “classe” su tutte le altre come primo passo verso il socialismo) credo che sia inevitabile che le nostre prime riflessioni sul riassetto sociale non possono sfuggire alle questioni di questo tipo:
− a che punto è, nella sua evoluzione, il capitalismo? E quali prospettive per il nostro nuovo secolo?
− quali conseguenze ha la sua evoluzione, sulla visione tradizionale del socialismo?
− è sempre valida tale visione o va rinnovata? E in che direzione finalistica va rinnovata?
− sono mutati, e in che modo, i rapporti sociali del capitalismo?
Tuttavia anche questi prioritari quesiti - cui la nostra riflessione dovrebbe rispondere – sarebbe opportuno affrontarli, come detto, come conseguenza di una analisi critica delle più importanti trasformazioni intervenute nel capitalismo stesso e nella società contemporanea.
Per cui ritengo di dividere le tematiche (che ho il compito di introdurre) su una visione aggiornata socialista-liberale della “costituzione materiale della società”, dividendo l’articolazione dei temi e quesiti in due parti:
− le trasformazioni intervenute nella società contemporanea (e nel “capitalismo” attuale) (momento analitico)
− i possibili indirizzi del socialismo liberale come risposta a queste trasformazioni.(momento politico)
2. Le trasformazioni intervenute nella società contemporanea e le implicazioni per il paradigma socialista tradizionale 2.1 Le trasformazioni nelle attività produttive e nel lavoroLe trasformazioni più importanti si stanno avendo nella struttura delle attività produttive e del lavoro su cui si basa la società. Esse sono state molto analizzate da un gran numero di autori e di lavori, e quindi sono già note10. Le ricorderemo molto sommariamente; ma sono propenso a ritenere che – benché note - nella letteratura politica della sinistra, le implicazioni di tali trasformazioni sui modi tradizionali di concepire il socialismo e le sue politiche, su quello che chiameremo il “paradigma socialista tradizionale” (PST) siano state trattate con molta superficialità.
1. Fine dell’agricoltura
Innanzitutto – è cosa vecchia - le attività dell’agricoltura si sono ridotte al lumicino, sia come prodotto che come occupazione. Le attività agricole si sono in effetti industrializzate e l’occupazione che ancora sussiste ha assunto tutti i caratteri essenziali di quella industriale. Di fatto è scomparso da tempo un vecchio, vecchissimo, problema del socialismo, quello dell’alleanza politica fra contadini e operai industriali (“falce e martello”), ormai risolta da tempo, nel senso che si è del tutto annullato come problema politico.
2. Declino dell’ “industria.”La diminuzione invece dell’industria nella formazione del prodotto, e soprattutto nella domanda quantitativa e qualitativa del lavoro, ha avuto invece effetti più sconvolgenti sulle politiche socialiste e dei sindacati (sul PST) , effetti che tuttavia ancora non sono stati del tutto assimilati, metabolizzati, lasciando ancora apparire le tracce dello scenario e degli schemi mentali dello stesso. Infatti, da sempre fiduciosi nella crescente industrializzazione, cui si correlava lo sviluppo dell’occupazione produttiva e del benessere sociale (che era in parte la giusta eredità di un passato che tuttavia non era sicuramente ripetibile), i socialisti hanno tardato, e tardano ancora, a riconoscere che non ha più base seria la “lotta di classe” del passato, in un mondo in cui le classi sociali create dallo sfruttamento capitalistico tendono a scomparire, e nelle aree più avanzate non esistono più, e si stenta a prendere coscienza che l’aspirazione ad una maggiore “uguaglianza” e “giustizia” sociale può trovare altri modi di essere perseguita che non attraverso un controproducente e sterilizzante antagonismo di classe.
3. Sviluppo fisiologico delle piccole e medie imprese e declino del lavoro “dipendente”.L’arresto prima, e il declino poi, della crescita dell’occupazione industriale ha costituito un primo shock per il PST. Ma due altri fattori dovevano dare il colpo di grazia a quel paradigma: 1) la crescita della occupazione nella piccola e media impresa proporzionalmente superiore a quella della grande impresa, e 2) il fatto che - con la crescita enorme dell’occupazione nei servizi (nel cosiddetto “terziario”) - anche il lavoro “dipendente” (salariato e stipendiato) ha incominciato ad arrestarsi e a decrescere, contrariamente all’aspettativa di una crescente “proletarizzazione” e “salarizzazione” delle forze di lavoro attive. Questi due fenomeni storici nei paesi avanzati si sono manifestati non come segno di arretratezza ma anzi – nel medio e lungo periodo - con segnali di avanzamento e di benessere economico, e quindi non come una patologia bensì come una fisiologia della crescita e del benessere (e quindi irreversibili!).
Questi fenomeni hanno così ulteriormente totalmente “spiazzato” il PST relativo alla aspettativa di un crescente sviluppo della concentrazione economica del capitalismo. La “riserva di pascolo” politica dei sindacati e del socialismo (secondo il modello tradizionale) anziché estendersi, si è ristretta sempre di più, e da tempo si è reso sempre più necessario un aggiornamento del PST alla nuova situazione.
4. La società “post-industriale e post-fordista
Di fronte a queste trasformazioni che configurano quella società che da tempo viene chiamata una società “post-industriale” (e taluni preferiscono chiamare “post-fordista”), sindacati e movimenti socialisti sono ancora inchiodati sulla loro antica querelle fra riformismo (dei sindacati) e radicalismo (delle “elites di avanguardia” della classe operaia), e fanno fatica ad accettare che c’è il bisogno di rinnovare – qui sì radicalmente! – il paradigma tradizionale ed accogliere nuove forme di presenza politica e di organizzazione orientate ad un futuro socialista. La visione della “costituzione materiale della società” va totalmente rinnovata rispetto a quella tradizionale socialista. Ciò che non significa affatto rinunciare ad un visione socialista, ma solo i rinnovarla, e assicurargli quello sfondo del medio e lungo periodo, che da sempre è stata la ragione stessa del socialismo. E senza la quale – va però anche aggiunto –si è giustificato il sospetto che il socialismo è morto e non ha più niente da dire! Il crinale socialismo si/ socialismo no, dunque si colloca sulla capacità di poggiare il socialismo sull’abbandono del paradigma tradizionale. Se quel paradigma non si abbandona, sono giustificati il declino e la morte del socialismo, se si abbandona vi sono molte nuove ragioni per decretarne ancora non solo la sopravvivenza ma la sua insostituibile utilità come prospettiva nel medio e lungo periodo.
5. Sviluppo della occupazione “quaternaria” e precaria
L’abbandono del paradigma tradizionale è fondato sulla presa di consapevolezza che anche la natura intrinseca del lavoro, e quindi i “lavoratori”, tendono fortemente a cambiare. L”espansione del settore definito “terziario” non solo è enorme, occupando la parte preponderante della forza di lavoro, ma a fronte di una parte ancora abbondante molto squalificata (nel commercio, nei trasporti, nella pubblica amministrazione, nei servizi alle persone e alle imprese), una parte crescente che incomincia ad essere molto qualificata tecnologicamente e culturalmente (scuola superiore, ricerca, attività culturali e artistiche, sport, etc.), al punto da obbligare a distinguerla oggi assai nettamente dalla prima. Alcuni decenni fa alcuni di noi - del Progetto 80 - preferirono già parlare di un settore “quaternario”, per sfuggire agli equivoci che si creavano con un terziario così dilagante 11. Ebbene questa parola si sta sempre più diffondendo oggi nel mondo e sempre più caratterizzerà il cosiddetto “mercato del lavoro” delle generazioni future.
6. La generale professionalizzazione del lavoro e l’educazione continua
Il lavoro, inoltre, in tutti i settori, dal “primario” al “quaternario”, si professionalizza. È sottoposto a vincoli di qualità (che si possono infrangere solo con il clientelismo, la truffa e la corruzione,
tipici di società ancora in via di sviluppo).12 E, se è vero che lo sviluppo delle tecnologie da un lato e la stessa “globalizzazione” del mercato allontana i consumatori dalle possibilità di controllo della qualità dei prodotti, l’enorme crescita dei servizi personali impone e spinge per un maggiore controllo personale della qualità professionale delle prestazioni. È una contro-tendenza chiara – manifesta ormai da parecchi decenni – rispetto alla deprecata “alienazione” del lavoro, che i socialisti da nonno Marx in poi hanno costantemente fino a qualche anno fa, giustamente vituperato e contrastato.
L’occupazione diventa una grande occasione di apprendimento, di educazione continua (assai più intensa e significativa di quella “ufficiale” delle istituzioni scolastiche “classiche” che si stanno “anchilosando” per mancanza di collegamento programmatico e flessibile con la evoluzione della domanda sociale).
Inoltre si tratta di una crescita – quella del quaternario in particolare - che non è solo dovuta al fatto che la domanda di lavoro si è qualificata e cerca una offerta adeguata ai suoi bisogni. È una crescita dovuta anche al puro e semplice fatto che si è aperta la strada – anzi una grande autostrada - accessibile a tutti all’istruzione superiore13 e quasi totale per l’istruzione media superiore, senza alcuna visione programmata. Ciò da un lato va considerata come una delle più grandi e belle conquiste della società contemporanea (di cui siamo stati in parte, come socialisti, gli artefici).14 Ma ciò ci impone di prendere atto che non possiamo più applicare al mercato del lavoro i criteri tradizionali della politica della “piena occupazione”, ma occorre attrezzarsi per quella che taluni chiamano già politica della “piena disoccupazione”.
Si è determinata infatti una situazione in cui non sarà più l’offerta di lavoro a doversi adeguarsi ai bisogni della domanda di lavoro, ma al contrario sarà la domanda di lavoro che si “adatterà” alle condizioni dell’offerta di lavoro15.
7. Il capitale primario di produzione è la conoscenza e la professionalità
Ma la cosa più sconvolgente nella trasformazione nei rapporti di lavoro , è che nelle nuove “forze materiali della produzione” e nella combinazione dei fattori produttivi, il fattore determinante non è più il capitale, ma la conoscenza: cioè la ricerca, l’invenzione, la professionalità, le capacità dirigenziali. E il lavoro – in tale combinazione - non è più la “mano d’opera”, cioè merce, acquistabile con maggiori remunerazioni, ma il “fattore umano” o “personale” (inteso come conoscenza, competenza, disponibilità, empatia e simpatia piuttosto che antipatia, ostilità, lotta, rivendicazione, come era nella società industriale che ci stiamo lasciando dietro). Nella società industriale la merce-lavoro era perfettamente scambiabile con la merce capitale (fisso): più capitale meno lavoro, più lavoro meno capitale; nell’ottica dell’impresa e dell’imprenditore che mirano al profitto. Nella società industriale il lavoro non è più scambiabile con il capitale, perché diventa l’elemento soggettivo determinante dell’impresa stessa, senza il quale non ha luogo quel tipo di produzione, fortemente personalizzata. Ed è un fattore motivabile con aspettative non solo di guadagno, ma soprattutto di altri elementi: efficacia, status, risultato, riconoscimento, come già avviene per l’imprenditore stesso. Il lavoro, anzi le prestazioni, non sono più oggetto di “sfruttamento”, nel senso tradizionale della parola, ma diventano anzi condizione essenziale di iniziativa imprenditoriale, di partecipazione e di associazione nei fini.
Il capitale diventa un accessorio, un mero ingrediente occasionale e contingente per uno vero sviluppo. Il vero “capitale” diventa il “capitale umano”. Gli economisti da tempo hanno cercato – volendo conservare a tutti i costi gli assetti concettuali e terminologici dell’economia classica, neo-classica ed anche marxista (la quale, ultima, si trovava un materiale e un apparato concettuale non diverso di quello dall’economia classica) hanno da tempo introdotto il concetto di “capitale umano”. E su questo insistono. Ma è un concetto che sta diventando obsoleto. Infatti occorrerà riconsiderare il tutto sotto una altra luce; e occorrerà anche “ripensare” le nomenclature, come i paradigmi con le quali si sono create, perché sono stati buttati per aria dalla realtà dell’evoluzione; e per dirla con Marx dall’evoluzione delle “forze materiali della produzione”, che stanno radicalmente cambiando i rapporti di produzione che ne derivano, mettendoli in crisi come prevedeva Marx, ma per ragioni diverse da quelle che immaginava Marx! La profezia della “caduta tendenziale del saggio del profitto” (Capitale, terzo volume, cap.13) non era affatto sbagliata, come si sono trionfalmente industriati a sostenere da sempre i corifei del capitalismo, supposto “vincente” (suscitando per questo aspetto ampie ammissioni anche da parte dei “marxisti” ortodossi).
Infatti il saggio del profitto sta declinando nei paesi avanzati e ancora si espande solo nei paesi in via di sviluppo, cioè dove la lotta non è (guarda il caso) fra capitalismo contro socialismo, ma fra capitalismo contro pre-capitalismo: nei regimi economici “asiatici” (come li chiamava Marx), e ex coloniali, o ancora imperfettamente industrializzati e fondamentalmente rurali, come nei Balcani e nell’America latina.16Infatti il profitto sta restringendosi come motivazione, come effetto dell’accresciuto benessere, e se rimarrà, esso rimarrà come saggio di remunerazione di quel “capitale umano” che è diventato il lavoro, cancellando nel tempo quei caratteri dello “sfruttamento del lavoro”, che ci hanno fatto combattere contro il Capitalismo, e verso il quale non c’è nessuna ragione di non continuare ad opporci, finché quello sfruttamento si manifesta nella realtà e finché si riproduce ma in modo veritiero, e non solo come categoria concettuale, idolum mentis, come icona dello spirito, solo pretestuosa, magari sotto altre sembianze.
8. Il declino del guadagno come motivazione e l’esplosione delle attività non-profit
D’altra parte è da por mente sul fenomeno che la grande trasformazione in corso, avviene anche nel campo della sfera delle motivazioni dell’attività economica. Una prima demarcazione è data dalla sorprendente espansione delle attività non profit.17Queste attività (da non confondersi solo e soltanto con quelle della generosità e della solidarietà umanitaria, sempre esistita anche in società pre-capitaliste) stanno sostituendosi a molte attività for profit (“a fine di lucro”), proprio perché è il fine di lucro di per se, che si sta – nel capitalismo estremo – indebolendo nelle motivazioni umane sia di intrapresa che di lavoro; E viene sempre più sostituito da altri “fini” individuali e collettivi, connessi più alla socialità e al benessere generale: fini di vocazione scientifica, artistica, culturale, perfino politica e non fini di semplice “lucro” o guadagno o profitto. E questi fini meta-economici non riguardano anche il socialismo?
Tali fini non sono e non possono essere più espressi solo dall’organizzazione pubblica (Stato). Questa è spesso operante nell’ambito freddo e arido dei diritti e dei doveri, cioé delle norme, ma è estranea per natura al clima caldo e appassionato della spontaneità e della libertà individuale. È il mondo crescente dell’associazionismo che ha la qualità di coniugare insieme gli scopi politici e sociali con l’iniziativa libera e autonoma, per definizione più efficiente e più efficace di quella burocratica.
In connessione allo sviluppo delle attività non profit (che sarebbe anche meglio dire lo sviluppo dello “spirito” non profit delle attività materiali, il lavoro finalizzato al guadagno (earn-work) è destinato a ridursi al minimo; e ad espandersi, al contrario, il lavoro volontario (vol-work), svolto con
passione, non per obbligo18. Gli schemi del mercato del lavoro si sono rovesciati . Per quanto possa sembrare “rivoluzionario”, ne consegue che una corretta politica del lavoro dovrebbe formare molto indirettamente l’offerta di lavoro alle esigenze della domanda, ma al contrario dovrebbe mirare a escogitare come adeguare la domanda di lavoro alle disponibilità dell’offerta. Ne consegue che lo stesso concetto di “mercato” del lavoro, dunque, si sta dissolvendo 19.
2.2 L’incredibile ascesa dello Stato, nella vita economica e la crisi nel controllo della spesa pubblicaMa una grande, significativa, sconvolgente trasformazione nella composizione della società contemporanea è l’incredibile ascesa dello Stato nella vita economica, che tutti conosciamo, ma spesso perdiamo di vista nelle sue implicazioni su nostre categorie mentali e su quello che abbiamo chiamato “paradigma socialista tradizionale” (PST).
1. Lo Stato impiega la metà del PIL
Lo “Stato” negli ultimi cinquant’anni ha subito delle trasformazioni gigantesche proprio là dove si sono realizzati anche i più avanzati sviluppi economici e di benessere materiale dei cittadini e della società nel suo complesso 20.
Il socialismo è stato un fattore determinate di questa ascesa, perché la volontà di assicurare maggiore eguaglianza sociale, scardinando i privilegi delle classi più ricche (capitaliste e proprietarie) e liberando dalla dipendenza salariale le classi “diseredate” ha spinto i socialisti a contare sullo Stato e al suo maggiore intervento per poter ottenere più giustizia e protezione sociale. Il socialismo si è così identificato in una progressiva assunzione di responsabilità da parte dello Stato (Welfare State), da cui la sua grande ascesa. 212. I fattori di crisi del Welfare State
Ciò malgrado il Welfare State da tempo presenta segni di crisi, che possono rilevarsi sotto tre profili: 1) i limiti finanziari; 2) la mancanza di efficienza ed efficacia delle prestazioni; 3) la disaffezione da parte degli utenti.22In effetti, il PST, compromesso, come detto, dalle trasformazioni nelle attività produttive e nel lavoro, ha bisogno di essere rivisto anche per quanto riguarda la politica sociale.
In termini molto sintetici, la “protezione sociale” – piuttosto che occuparsi indefinitamente della sua espansione solo con mezzi pubblici, che gli fa incontrare limiti non più sostenibili - deve mirare a migliorare la “integrazione sociale”. Il welfare state si deve allargare ad una “welfare society”, come ormai spesso si dice. Questo significa che la protezione sociale deve divenire sempre più selezionata e mirata, concentrata sulle fasce più bisognose delle comunità, mirando ad eliminare le aree di spreco che una protezione generalizzata e non selettiva stanno oggi sempre più allargandosi.
3. Burocratizzazione e spreco nel Welfare State
Le dimensioni raggiunte dalla spesa pubblica complessiva fanno sì che il welfare state stesso dovrebbe essere sempre più gestito autonomamente dalle comunità private dei cittadini beneficiari, onde evitare i costi di transazione di una gestione centralizzata, che si traduce in burocratizzazione e spreco pubblico.23
Ciò ha fatto forse degradare spesso la qualità di certi consumi, compromesso e deformato la selettività sia dei produttori che dei consumatori, aumentato forme di spreco di risorse. Ne discendono i seguenti temi e quesiti:
− come introdurre delle forma discrezionali e flessibili di consumi che riescano ad evitare gli sprechi e nello stesso tempo ad associare di più la cittadinanza alla loro gestione?
− quanto è legittimo di tali consumi conservare una visione totalitaria ed integralista dello Stato. E quanto invece è opportuno ricuperare la partecipazione di una sensibilità associativa privata ?
4. Lo squilibrio cronico dei conti dello Stato
Con le dimensioni così sconvolte si sono creati problemi che i socialisti di un tempo e il perdurante paradigma socialista tradizionale potevano permettersi il lusso di ignorare: quelli degli equilibri finanziari dello Stato che era sostanzialmente gestito dalle classi abbienti e dirigenti. Se un tempo tale squilibrio (modesto di proporzioni gravava prima solo sulle classi più ricche e potenti, oggi, date le dimensioni e i destinatari della spesa pubblica grava soprattutto sulle classi e sui contribuenti “dipendenti” e meno abbienti. Ecco perché chiedere sempre di più in servizi e prestazioni allo Stato oggi è divenuto per la classe lavoratrice un boomerang, se non si accompagnano le richieste o se non le si inseriscono in una gestione programmata dell’insieme. La quale significa, soprattutto, una maggiore conoscenza degli effettivi risultati e degli effettivi costi di ogni programma pubblico.
Su questo il welfare state è ancora paurosamente indietro. E non c’è nessun segnale in Europa, una volta abbandonati gli sforzi di introdurre la programmazione economica a livello gestionale pubblico alcuni decenni fa ( sforzi che furono osteggiati anche da insensate e sciagurate forze della sinistra).
Insomma, si è perduto il controllo, nella pluralità dei servizi erogati e dei soggetti erogatori, della utilità dei servizi stessi e della loro esecuzione a costi accettabili e controllati. Anzi, non si sa proprio niente circa il risultato, circa il prodotto reale della spesa pubblica, se non il suo ammontare monetario (che non dice proprio niente, salvo il suo surplus o il suo deficit! Occuparsi del suo deficit in modo aggregato monetario (che ovviamente è la costante istituzionale), e non di quello che perdiamo o guadagniamo come comunità in servizi effettivi con la sua diminuzione o aumento, sembra la soluzione più cieca e anche la più sciocca24.
Queste cose sono tutte note. Ciò nondimeno, sono poco approfondite; soprattutto poco approfondite dal punto di vista degli schemi di una azione politica per l’eguaglianza sociale e per il riassetto in senso socialista della costituzione della società.
3. Le implicazioni per una nuova, vera, politica socialista liberale
Dall’analisi dei principali cambiamenti strutturali di cui sopra, ne emerge – a mio modo di vedere – una visione dei temi politici essenziali da discutere come quadro di riferimento di una nuova politica socialista liberale. Mi limiterò a fondarla su quattro pilastri fondamentali.
3.1 La riforma economica dello Stato e la programmazione strategica1. Passare dallo Stato “sociale” allo Stato programmatore
Il primo mutamento in coerenza con il nuovo paradigma socialista è quello di integrare di più lo “Stato”, nelle sue molteplici strutture e istituzioni, nella “società civile”, cioè quell’insieme di istituzione dalla famiglia, alle imprese for profit e non profit, che costituiscono e compongono in larga misura la parte di attività autonoma e “libera”della società.
Il principio di “sussidiarietà”, assunto in Europa come base di relazione fra diversi livelli operativi delle istituzioni politiche e amministrative, potrebbe utilmente venire esteso anche al campo dei rapporti fra stato e società civile, nel senso che si potrebbe rendere libera la società civile di scegliere di gestire autonomamente quote parti del benessere in modo non lesivo di scelte delle altre componenti l’insieme dell’assetto societale.
2. Coinvolgere la Società civile nella programmazione strategica
Questo potrebbe attuarsi devolvendo il più possibile funzioni dello stato alla società civile, in tutti i casi in cui questa è in grado di svolgerle senza possibile danno per l’interesse comune, definito da norme e regole. Ma per fare questo occorre che uno Stato si occupi - di più e in primis - di elaborare (in collaborazione con i cosiddetti partners sociali) gli indirizzi, le opzioni e gli obiettivi principali della società nel suo complesso; ciò che ha solo un nome (non usando il quale l’esperienza ci dice che viene meno anche la funzione): si chiama programmazione socio-economica complessiva o integrata e unificata societale (PSES) 25.
Una cultura retriva e falsamente pragmatista ha raccolto rispetto un serio sviluppo della programmazione, ostilità occulte un po’ ovunque, ma soprattutto una viscosità fatta di incompetenza e di approssimazione del mondo politico-amministrativo. Eppure le maggiori difficoltà ed inefficienze che si incontrano nella gestione del welfare state e nei rapporti internazionali fra mondo sviluppato
e mondo in via di sviluppo, si devono proprio alla assenza di metodi e procedure di una PSES a livello nazionale, europeo, e globale. Non si capisce come la richiesta di una PSES, non dovrebbe essere il vessillo principale di una nuova politica socialista, che superi il paradigma tradizionale, quello della lotta di classe, o quello di un “riformismo alla spicciolata”, tanto per intenderci.
La programmazione societale, dovrebbe generare una programmazione strategica all’interno dei programmi pubblici, elaborati e definiti dalle amministrazioni pubbliche, con o senza coinvolgimento di imprese, profit e non profit.
Su questa programmazione strategica in campo pubblico ritornerò più sotto, dopo aver qui sottolineato che è dalla PSES, dalle sue proprie articolazioni, che dovrebbe basarsi una maggiore concertazione mirata a definire obiettivi comuni, sempre più articolati e studiati rispetto alle risorse disponibili. Questo non significa ovviamente ignorare che gli obiettivi, detti “comuni”, possono essere spesso divergenti a seconda dei settori interessati della società, ma significa anche portare in evidenza tutte le sinergie che possono ottenersi e quello che potrebbe essere un risultato di un interesse comune mai raggiunto da operazioni ostili e senza approfondimento delle ragioni degli uni e degli altri, e di una misurazione più precisa delle fattibilità, dei risultati espressi in termini quantitativi.
3. Istituire un permanente Quadro programmatico di riferimento.
In materia di PSES e di programmazione strategica nell’ambito pubblico, si scontrano invece sterilmente delle scuole di pensiero sul confine che deve in astratto essere definito fra “ciò che è privato e ciò che è pubblico”. Ma pochi dicono che questo confine non può essere predeterminato ideologicamente, cioè astrattamente. Dipende dalle circostanze di tempo e di luogo in cui gli obiettivi socio-economici vengono valutati, nel generale e nel particolare, dalla qualità delle risorse a disposizione, dalle preesistenze su cui si può contare, dai rapporti di forza che si devono affrontare. Sono tutte le cose con cui qualsiasi dirigenza, leadership, management, dovrebbe confrontarsi prima di decidere; a qualsiasi livello operi, da quello delle grandi società per azioni a quello delle amministrazioni statali a quello delle nazioni; sono le cose che nell’insieme si chiamano, appunto, “programmazione o gestione strategica mirata al risultato”.
Quindi è dalla programmazione strategica che dovrebbero nascere le più opportune soluzioni fra quanto è opportuno regolare e quanto no, quanto è opportuno “privatizzare” e quanto invece magari “nazionalizzare”, in una parola quali sono le “politiche”, le policies, da adottare. La politiche sono degli strumenti, non dei fini in se. Ma le politiche prendono senso solo se assunte in un “quadro programmatico complessivo di riferimento”, che oggi è il grande assente nella gestione politica macro-economica dei governi di oggi. 26.
Ebbene l’obiettivo di coprire questa lacuna dovrebbe essere la linea di guida operativa di una politica socialista di avanguardia.
4. Introdurre la programmazione strategica in ogni singola ammnistrazione pubblica (esempio USA)
Ma la PSES potrebbe sperimentare il suo metodo e trovare una prima diffusione tecnica utilissima in una applicazione nelle singole amministrazioni publiche nella forma della programmazione strategica dei programmi pubblici.
Ogni vecchio programma pubblico dovrebbe essere riprogettato, valutandone ex novo utilità e costi, e conoscendone preventivamente i risultati attesi a medio termine, ma controllati e revisionati annualmente. Si tratta insomma di controllare con un processo di ri-progettazione (re-eingineering) l’impiego dei fattori produttivi, innovandone i metodi, risparmiando capitali inutili e assottigliando il personale, riqualificandone le mansioni, con largo uso di remunerazioni ad hoc, per far partecipare gli operatori ai guadagni ottenuti nei risparmi sui costi e nella produttività.
Lo stesso si dica per l’avviamento di nuovi programmi che non dovrebbero essere decisi se prima non se ne conoscono con dettaglio i risultati attesi e i traguardi scaglionati nel tempo. Mai si dovrebbe avviare un programma senza la prova sperimentale che se ne hanno non solo i mezzi finanziari, ma soprattutto le capacità operative di esecuzione!
In questa direzione l’amministrazione federale americana già dal 1993, con una legge del Congresso (Government Performance and Result Act-GPRA), ha messo tutte le agenzie federali sul binario della programmazione strategica; cioè i loro programmi agiscono in base a piani strategici almeno quinquennali, da cui si generano dei piani annuali con target temporali precisati (e relativi Rapporti di performance a fine anno) e soprattutto è nato il “Bilancio di performance”, uno strumento rivoluzionario di controllo annuale della spesa pubblica. Infatti il “Piano annuale di performance”, prescritto dalla legge GPRA, si è fuso con il Bilancio preventivo annuo della singola Agenzia che è presentato dalla Casa bianca al Congresso per le usuali autorizzazioni annue del Bilancio federale. La autorizzazione preventiva del bilancio annuo viene quindi data insieme alla concreta cognizione e valutazione dei risultati quantitativi che nell’anno precedente si sono raggiunti e conseguiti nel programma pluriennale strategico, e alla capacità generale dimostrata dall’Agenzia di conseguire risultati fisici reali, con la sua azione e con i soldi ricevuti (con costi unitari e benefici reali calcolati). Si tratta di quella reinvenzione del modo di governare (reinventing government)
Da noi è largamente in uso invece l’assegnazione di mezzi finanziari di cui poi nessuno controlla l’esecuzione, la performance. È uno dei fattori di spreco pubblico intollerabile della grande espansione delle operazioni pubbliche.
5. Rendere trasparenti le destinazioni reali della spesa pubblica
La necessaria riforma (programmazione strategica) per conoscere meglio i costi e i connessi risultati della pubblica amministrazione ex post, utile per tenere sotto controllo la spesa, dovrebbe servire anche per razionalizzare ex ante le decisioni di spesa. È qui che si dimostrano le carenze maggiori della politica macro-economica di mero controllo degli equilibri finanziari e monetari. Anche se probabilmente i vincoli di quell’equilibrio – negoziati nell’Unione europea –vanno rispettati, perché portatori di qualche risultato reale, non sempre identificabile con sicurezza; sarebbe, anzi è sicuramente, poco raccomandabile operare le scelte finanziarie nelle ricorrenti manovre di bilancio annue, solo in funzione e solo in ragione della gestione di quei vincoli, e rispetto a scelte relative solo a quei vincoli. Il rispetto dei vincoli è infatti una condizione necessaria ma non sufficiente della politica finanziaria e monetaria.
Le allocazioni di risorse devono essere decise con un Quadro programmatico (oggi inesistente) non solo esprimente la destinazione nominale monetaria di tali risorse ma soprattutto informato degli impieghi reali, in termini di azioni, prestazioni e servizi di tali risorse (e questo neppure esiste). Quindi il negoziato (fra forze politiche, partner sociali, “tavoli” etc.) relativo all’impiego di queste risorse è una presa in giro colossale, perché nessuno sa – neppure quel ministro che chiede o nega i soldi – che cosa ci fa con quei soldi, (salvo i casi ovviamente di trasferimenti che rimangono monetari dal bilancio pubblico, ai bilanci di famiglie, imprese, beneficiari individuali, etc.).
Ma per far questo occorre una profonda riforma del modo stesso di concepire e formulare le preferenze politiche. Innanzitutto quello di ottenere tramite la programmazione strategica di ogni programma pubblico, l’immediata cognizione di corrispondenza reale fra soldi in bilancio e output fisico o reale. Poi di conoscere puntualmente i risultati di quel programma. E poi ancora una esposizione ragionata, una “visione” permanenti dei vincoli complessivi e temporali delle risorse a disposizione, di tutte le risorse, non solo quelle aggiuntive o “manovrabili” ogni anno (come nel teatrino annuale delle leggi finanziarie) , ma di tutta la spesa pubblica erogata.
6. Un controllo e una valutazione “reale” della spesa pubblica
Riprendendo il discorso di una politica socialista rispondente al fenomeno della grande socializzazione di fatto che lo stato viene a realizzare con la sorprendente estensione della spesa pubblica28, dobbiamo riaffermare che conoscere bene dove vanno a finire i mezzi costosi della spesa pubblica e del Welfare significa fare una politica oculata ed informata del possibile impiego di tali mezzi, data la loro formazione e la alternatività dei loro usi, sono condizioni essenziali di conoscenza e di trasparenza, onde evitare di subire l’eventuale oscura preminenza dei poteri forti, e assicurare una migliore governabilità dello Stato dello Stato stesso.
Dobbiamo dunque riaffermare che il primo imperativo per un programma socialista in materia di ruolo dello Stato è proprio quello “conoscitivo”. È quello di introdurre un sistema di valutazione e di gestione dei programmi pubblici, che permetta di valutare ex ante costi e benefici reali, ma in termini “fisici” di ogni impiego di risorse finanziarie. Ciò dovrebbe avvenire attraverso indicatori e standard e traguardi di attuazione, che siano di dominio pubblico29.
In una parola è “socialista”, è “di sinistra”, l’attuazione seria di un sistema di programmazione degli obiettivi, ma anche contemporaneamente dei mezzi fattibili per conseguirli – proprio per non ripetere all’infinito quel “libro dei sogni” che è esattamente il modo di formulare grandi obiettivi chiacchieroni, senza alcuna progettazione e programmazione dei mezzi. E lasciare sogni e obiettivi irrealizzati, senza neppure una misurazione ex post degli insuccessi ottenuti.30Che si deve fare allora?
In premessa, abbiamo detto che per essere coerentemente socialisti riconosciamo che lo Stato può diventare strumento di una politica di maggiore egualitarizzazione. Ma per realizzare lo scopo, dobbiamo riformare il modo in cui lo Stato (in tutte le sue manifestazioni di governo e di spesa) opera per formulare i suoi obiettivi e le sue preferenze, e progetta ricorrentemente l’attuazione dei suoi interventi e ne misura periodicamente i risultati. L’operatività dei programmi pubblici è dunque una conditio sine qua non, di ogni seria politica dei socialisti.
Finché non siamo in grado di riformare questa operatività, dovremmo imparare a stare solo in silenzio, perché non abbiamo argomenti seri né per concepire, né per promettere alcunché.
Ma una condizione indispensabile é che si cominci seriamente in ogni amministrazione pubblica, per ogni programma (in Italia le leggi hanno costituito presso le amministrazioni centrali dello Stato, dei SECIN e dei CRA proprio per fare qualcosa in proposito, senza alcun seguito che indicasse loro cosa dovessero effettivamente fare ogni anno e come farlo) a costruire un pubblico piano strategico pluriennale, e un piano strategico annuale, (entrambi ex ante) e un rapporto annuale ex post sul piano strategico dell’anno.
Non penso affatto che il Consiglio dei Ministri potrebbe arrivare a stabilire una “funzione di preferenza pubblica” e portare in Parlamento qualcosa di tal genere, come metodi decisionali fondati su sistemi binari di ottimizzazione, selezione a coppie, ed altre diavolerie matematiche del genere. In sede accademica e teorica se ne fa un uso didattico che in pratica può diventare un abuso, cioè un uso indebito (con l’effetto magari di allontanare piuttosto che avvicinare esperti, consulenti e decisori politici, dall’uso di buoni criteri razionali della decisione politica).
Ma una maggiore consapevolezza dei decisori politici su quello che decidono e una più chiara procedura relativa anche ai contenuti delle decisioni, mi sembrerebbero allo stato attuale più che indispensabili, soprattutto se si vuole evitare la pura casualità, l’aggiustamento bonario (“intanto non guasta”), e spesso l’ intrallazzo, (motivato con l’argomento che non ci sono alternative).
Il disimpegno dalla programmazione strategica, che rende certamente la vita più tranquilla e più semplice, è ciò che aumenta in modo enorme gli sprechi nei programmi della PA che nessuno effettivamente valuta se non sulla base di effimeri controlli di legittimità.
Infatti a guardare come si decide (con grande supponenza, serietà, e convinzione) nella pubblica amministrazione, viene da raccomandare ai decisori politici di fare un esame di coscienza e invitarli ad essere più severi e prudenti , sia verso se stessi, sia verso coloro che preparano le loro decisioni in modo troppo approssimativo, e cioè senza le valutazioni ex ante sulle quali ogni richiesta di mezzi dovrebbe poggiare e sulle quali ogni rapporto ex post dovrebbe essere giudicato.
3.2 Una politica per l’introduzione del “reddito di cittadinanza” (basic income)1.Un reddito base garantito per tutti quelli che non lavorano
Le trasformazioni nel mercato del lavoro e la crisi del welfare state e il bisogno di rendere più elevato il ricorso ad un welfare meno statale e più condiviso con la “società civile”, mettono all’ordine del giorno una riforma socialista mirata alla introduzione di un reddito di cittadinanza (basic income).
Tale introduzione parte dal principio di assicurare un reddito minimo a qualsiasi cittadino che non abbia un lavoro, indipendentemente dalle sue qualificazioni e solo per essere cittadino della comunità di appartenenza. Egli deve essere disponibile, nel caso accetti questa condizione, per un Servizio Civile Nazionale che lo impiegherà in modi il più possibile conformi alle sue aspirazioni e qualificazioni. Quando il beneficiario entra in un mercato del lavoro attivo determinato, esce dalla condizione di percettore di tale reddito minimo, e vi rientra solo in caso di nuova necessità di protezione reddituale minima.
2. Analisi dei costi complessivi (e dei risparmi anche) del reddito di base
Il reddito di cittadinanza ha provocato negli ultimi anni una ondata di proposte e di consensi in molti paesi avanzati, ed è allo studio da parte di diversi Governi. Naturalmente la sua introduzione è fortemente condizionata dalle circostanze e dalle risorse di ciascun paese. Il primo passo sarebbe di valutarne il carico sulle risorse globali della collettività, e sul sistema di protezione sociale vigente in ciascun paese. E di studiare in che modo e per quale ammontare potrebbero essere trasferite in esso tutte le altre sparse provvidenze di welfare (indennità di disoccupazione, incentivi diretti e indiretti all’occupazione, etc.) che verrebbero a duplicarsi con l’introduzione del reddito garantito e con le erogazioni per sostenere l’occupazione (pensioni, indennità familiari, aiuti diretti e indiretti al precariato).
3.3 Una politica di sostegno alla espansione del “terzo settore” (organizzazioni non profit)1. Una partnership più intensa con le attività non profit.
Abbiamo visto che un’altra caratteristica delle trasformazioni della società contemporanea è l’esplosione della “società civile” attraverso soprattutto l’aumento sostanziale delle istituzioni associative e cooperative in tutti i campi dell’attività umana. Lo chiamerei il mondo associativo, che si esprime attraverso varie forme di libera associazione per il perseguimento di finalità sue proprie.
È l’area crescente – abbiamo visto - della motivazione alle attività e al personale arricchimento che conosciamo non orientata al profitto (nonprofit). Da tempo è stato identificato anche come “terzo settore” o settore “indipendente”, in quanto opera al di fuori del settore pubblico, e in larga misura al di fuori anche del settore delle imprese produttive che operano prevalentemente al di fuori dello stato, e sono simbolo della sfera degli interesse “privati”, come le famiglie che sono l’altra primaria unità produttiva che fa parte della composizione materiale della società.
2. Moltiplicare i servizi devoluti (in outsourcing) alle organizzazioni associative non profit
L’associazionismo non profit, o “terzo settore” però è la grande novità emergente della società contemporanea. Gordon Brown, il nuovo leader laburista in un recentissimo bel rapporto (del luglio scorso) sul terzo settore britannico31 lo definisce il “cuore della nuova società” e ne enfatizza “il ruolo per la rigenerazione sociale ed economica”. E continua : “credo che una democrazia moderna riuscita ha nel suo cuore un prospero e vario terzo settore. Il Governo non può e non deve disturbare o controllare le migliaia di organizzazioni e i milioni di persone che lo costruiscono. Al contrario dobbiamo creare spazio ed opportunità perché fioriscano, dobbiamo essere per loro dei buoni partners quando lavoriamo insieme, e dobbiamo saper ascoltare e rispondere. Questo è quello che abbiamo affermato in questa rassegna. Una visione di come lo stato e il terzo settore lavorando insieme ad ogni livello e come partner paritari possono apportare un reale cambiamento nel nostro paese”.323. L’occupazione nel settore non profit è lo strumento della socializzazione e della destatalizzazione dei socialisti
Negli Stati Uniti il terzo settore ha raggiunto l’8 % della occupazione totale civile. Ma la cosa più importante e significativa (e che non consta nessuno abbia messo in rilievo33), è che negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania e in Francia, (paesi sottoposti ad analisi) l’occupazione nel terzo settore è l’unica che presenta saldi attivi nell’evoluzione dei pesi e ruoli relativi occupazionali. Infatti l’occupazione primaria e secondaria diminuisce in termini assoluti, quella terziaria pur aumentando ovviamente fortemente intermini assoluti, non aumenta negli ultimi anni quanto dovrebbe se mantenesse il suo peso di partenza, mentre quella del “terzo settore” aumenta non solo in termini assoluti, ma guadagna proporzionalmente più occupazione del settore terziario. Quindi mostra una maggiore dinamica rispetto a tutte le altre attività occupazionali.
Questo fenomeno è in linea con tutti gli altri che ho molto celermente evocato come trasformazioni strutturali e materiali della società. In particolare è sulla stessa linea del mutamento importante delle motivazioni economiche, che non sono più il guadagno e il profitto. Altre vocazioni sia alla scala individuale che alla scala associativa emergono che stanno mutando i comportamenti, che si stanno orientando come già detto, fortemente verso finalità scientifiche, artistiche, culturali, perfino politiche, associative, comunicative, sindacali. Il paradigma socialista tradizionale mi sembra dovrebbe tener conto di questi cambiamenti, rischiando altrimenti di uscire di strada, e andarsi a insabbiare in vecchie formule e mentalità progressivamente obsolete.
4. Lo sviluppo del terzo settore è la strada per passare dal welfare state alla welfare society.
Il panorama di crescita del terzo settore impone ai socialisti il mettersi alla guida di questa crescita, rafforzandone la autenticità, evitandone le degenerazioni opportunistiche e clientelari, e stimolando il Governo ad una politica di incoraggiamento e di facilitazione allo sviluppo di queste attività. Tanto più che buona parte di queste attività possono diventare un aiuto ad una politica di riforma del welfare state (di cui abbiamo fatto già cenno) mirata da un lato ad una protezione più selettiva e dall’altro ad una collaborazione degli stessi privati, che non versano in condizioni di povertà, ad una partecipazione più direttamente controllata, più efficiente, e più personalizzata della loro protezione.
Il terzo settore in diversi campi, dalla sanità alla scuola, alla protezione degli anziani, alla protezione assicurativa può garantisce di più la de-burocratizzazione del welfare, la sua maggiore adesione alle preferenze dei cittadini e delle famiglie, un maggiore controllo soggettivo del rapporto con il servizio goduto, e probabilmente accesso migliore alla collaborazione anche finanziaria dei partecipanti che possono e che oggi cercano soluzioni “private” dove ottengono un servizio costoso da imprese di lucro, che non sono non-profit e che non reinvestono i profitti nel miglioramento dei servizi e nell’abbassamento dei costi. Tra una statalizzazione affetta da gigantismo e da spersonalizzazione e la privatizzazione di mercato, in settori come la sanità, la scuola, le protezioni assicurative e molti altri, il terzo settore con il suo associazionismo non profit, garantisce socializzazione ed efficienza.
5. Un programma preciso di collaborazione del Governo allo sviluppo del terzo settore
Occorre elaborare una politica del Governo in questa direzione, attualmente piuttosto assente.34In modo succinto, il Governo inglese ha diviso l’insieme dei suoi interventi finalizzati ad una maggiore cooperazione con il terzo settore, in quattro aree o direzioni principali:
1. aiuto nella capacità di farsi sentire e di fare campagne (di proselitismo),
2. rafforzamento delle comunità,
3. trasformazione dei servizi pubblici,
4. incoraggiamento dell’impresa sociale.
Per estendere ed incoraggiare la formula “non profit” occorre avviare al più presto una politica di sostegno da parte delle finanze pubbliche, come:
− esenzioni e incentivazioni fiscali
− appalti di servizi pubblici mettendo in concorrenza (su precisi capitolati di appalto, legati ai programmi pubblici) organizzazioni non profit e imprese for profit.
− definizione degli standard di performance sulla base di sperimentazioni dirette e progetti pilota.
− facilitazione di crediti “etici” alle organizzazioni non profit, con fondi di garanzia.
3.4 Una politica di incoraggiamento al settore delle imprese e delle famiglie all’assunzione di maggiore responsabilità sociale
Le trasformazioni della società contemporanea che abbiamo delineato non hanno effetti solo sui settori pubblico e non-profit, ma anche sui più tradizionali settori delle imprese e delle famiglie.351. Incentivare con politiche ad hoc l’assunzione di “responsabilità” sociale delle imprese
Nel settore delle imprese, sta emergendo un vasto movimento autonomo per lo sviluppo di diverse forme di maggiore “responsabilità sociale”. Le imprese che costituiscono ancora il motore principale della produzione di ricchezza e quindi di benessere, nella loro evoluzione più recente danno molti segnali di voler autonomamente introdurre nei loro criteri gestionali dei codici “etici” in cui il benessere sociale diventa una loro organica e permanente preoccupazione. Anche in esse, insomma, il profitto non è il loro solo fine e la loro sola giustificazione, ma subentrano altre finalità: finalità verso i propri dipendenti, verso l’ambiente e la natura in cui operano, verso la società di cui sono parte integrante.
Naturalmente vivendo nel cuore della competitività, riconosciuto fattore di miglioramento della efficienza e della produttività, a beneficio generale, le imprese non possono aderire a indirizzi di maggiore “responsabilità sociale” se non attraverso la elaborazione comune di codici etici che trovino un rispetto generale presso tutti gli operatori. In questa direzione l’associazionismo degli operatori svolge una funzione molto importante e andrebbe in qualche modo incoraggiato.
(Lascio al compagno e amico Nesi l’analisi di come una politica socialista dovrebbe caratterizzarsi per rispondere adeguatamente alle trasformazioni sociali in corso, soprattutto nel campo dell’innovazione tecnologica).
2. Incentivare la partecipazione delle famiglie alla responsabilità sociale, nella spesa nei consumi, nella gestione dei programmi pubblici nei consumi che nella spesa.
Anche il settore delle famiglie non è esente dalle trasformazioni dei modi di produrre e di lavorare che abbiamo sommariamente esaminato. Il progresso civile, una maggiore consapevolezza dei diritti individuali, hanno già da tempo avviato il modello di famiglia tradizionale, fondamentalmente “patriarcale”. I socialisti si sono già da tempo posti all’avanguardia del movimento per il rinnovamento dell’etica della famiglia, scrostandola di tutti i residui tradizionali, fondati sostanzialmente sulla subordinazione culturale e civile della donna e madre. Ma le trasformazioni nel lavoro, la sua professionalizzazione, la grande diffusione del part-time hanno consentito al lavoro femminile di espandersi e quindi di riformare in modo definitivo sia il diritto di famiglia sia la condizione femminile.
Ciò che si profila, - come ulteriore avanzamento, e liberazione nel contempo dai vincoli che ancora istituzionalmente sussistono e che creano impedimenti allo sviluppo delle famiglie di fatto, per il pieno ed efficiente esercizio della loro funzione e del loro valore sociale – è una maggiore partecipazione anche delle famiglie (come già visto per le imprese) a dei programmi di “responsabilità sociale”. Ciò potrebbe avvenire tramite una più ampia adesione alle forme di associazionismo attivo del terzo settore.
Molta parte del buon funzionamento delle comunità, specialmente locali, dipende dalla partecipazione delle famiglie, come nel caso, della gestione dei rifiuti, del traffico, dell’ambiente, dell’assistenza sociale, della stessa scuola e sanità, e così di seguito.
Una nuova famiglia, coesa e libera da convenzioni e obblighi formali, ma ricca di spontaneità e di socialità, sarebbe un alleata preziosa allo sviluppo della società civile sia dello Stato che del terzo settore.
4.Alcune conclusioni1. Stato e società civile.
Credo che il modo più proficuo di dibattere questi aspetti è quello di partire da una nuova analisi del rapporto Stato-Società, che nel nostro paradigma tradizionale si è configurato sempre, in tutti i suoi aspetti (sia generali che di dettaglio) come rapporto Stato-Mercato.
Ebbene, in materia, la nostra tradizione e di conseguenza il nostro stesso modo di pensare vanno molto cambiati e svecchiati. Il principale cambiamento è che dobbiamo superare di vedere, anche se in modi e versioni diverse, questo rapporto come un rapporto antagonistico. Ciò ci intrappola nel dover sempre discutere in astratto dei limiti o dei “fallimenti”, ora del Mercato ora dello Stato, ora del Non-mercato ora del Non-stato, a seconda del peso e dello spazio che si vuole dare (a causa del retaggio ideologico) all’uno o all’altro.
Mentre dovremmo riconoscere che lo Stato o il mercato sono due entità inevitabili “eterne” della vita sociale; che ci sono sempre state, al di là delle formazioni e civiltà che si sono succedute nella storia dell’umanità. E sempre ci saranno. Né l’una potrà mai sopprimere l’altra.
Continuare ad impostare il discorso in questi termini distoglie dal considerare gli obiettivi sostanziali o “reali” delle politiche, nei confronti delle quali lo “Stato” o il “Mercato” possono avere ruoli relativi diversi, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di paese, di regione, di stadio di sviluppo, e di mezzi a disposizione (quali capitali, tecnologie, capacità umane, e una miriade di altri fattori determinanti).
Questi obiettivi sostanziali e reali della politica vanno elaborati, definiti, valutati nei programmi pubblici, direi caso per caso, senza pregiudizi a priori su quanto il mercato o lo stato possono recare per sè. La programmazione si intende non più come strumento per il conseguimento degli obiettivi, ma come metodo per elaborare gli stessi obiettivi.
2. Socialisti, Capitalismo e società nuova. Molti pensano fra noi, e naturalmente fuori di noi, che il “Capitalismo ha vinto”. E che per questo dobbiamo – inevitabilmente – venire a patti con esso.
Una parte non indifferente degli odierni “riformisti” partono da questa visione. E taluni sono anche pronti a decretare sorpassato il socialismo e poco redditizio ormai richiamarsi ad esso.
La più che giustificata ammirazione di molti per il sistema americano che (bisogna riconoscere) continua a manifestare una capacità di innovazione nella stabilità politica da fare invidia, li induce a ritenere che bipartitismo o bipolarismo e fondamenti di democrazia e di libertà più saldi, siano ormai più che sufficienti anche in Europa per far progredire le nostre inquiete società, che sono soggette ad incursioni di poteri populisti, antidemocratici e plutocratici di ogni tipo (il caso Berlusconi in Italia è emblematico!).
Personalmente non credo che questo approccio36 sia giusto e sia giustificato, anche se contiene elementi di buon senso e di verità. Come ho già detto, tutto dipende da quanto noi socialisti siamo disposti a modificare il nostro paradigma tradizionale. Se lo vogliamo conservare così com’era, allora veramente penso che abbiamo esaurito la nostra funzione storica. Ma se siamo disposti a modificarlo – e nella visione del socialismo liberale ci sono tutte le premesse per una sua revisione – allora penso che una visione schiettamente socialista, anche se destinata ad avere molti altri compagni di strada, è tuttora valida, abbia ancora molto da dire, e possa essere anche un fattore di preservazione verso delle derive anti-democratiche verso cui la crisi del sistema capitalistico (non la sua vittoria) potrebbe condurre le nostre società.
Personalmente non credo che il Capitalismo goda ottima salute. Vedo anzi che perde sempre più la sua stabile base di sopravvivenza e di potere: il capitale e il suo plusvalore: che oggi si è trasformato – da profitto - in rendita. Una rendita che si è però “socializzata” anch’essa perché frutto del risparmio di milioni di cittadini lavoratori; anche se la sua destinazione dovrebbe essere tenuta sotto controllo da autorità mondiali oggi inesistenti, per garantirla da crisi eccessive. Cioè quella parte di rendita parassitaria che nella vulgata marxista conduce alla formazione di due classi antagoniste del capitalista e del lavoratore.
2. Il Post-capitalismo
Mi sembra che stiamo inoltrandoci verso una sorta di “Post-capitalismo”, una fase in cui si stanno perdendo le caratteristiche tipiche del capitalismo, ma non si sono ancora delineate bene le forme di un nuovo sistema.
L’elemento nuovo che si sta configurando è l’espansione del terzo settore o dell’economia non profit o “associativa”. E questo è gia molto e significativo per noi socialisti. Ma ancora un serio riordino della presenza dello stato, mediante un corrente sistema di programmazione e delle sue forme di organica concertazione con i partner sociali e la società civile non si vede, e questo sarebbe già sufficiente ad impedire di scorgere una identità socialista possibile alla nuova società.
Ma di fronte ai mutamenti intervenuti nella società contemporanea che sono andati nella direzione che da sempre noi socialisti abbiamo auspicato e attivamente lottato di conseguire, non possiamo tirarci indietro e non riconoscervi buona parte degli obiettivi che ci proponevamo – la uguaglianza delle opportunità
e il riscatto del lavoro.37 Né è da sottovalutare la eutanasia del capitale che si sta verificando nella struttura delle attività produttive.
Ci sono nuovi fronti che si aprono alla elaborazione politica e al riformismo socialista. Fra questi (si è visto) quello dell’efficienza dello Stato e della programmazione strategica sia societale che per programmi pubblici.
In questa direzione, malgrado le menzionate importanti innovazioni del governo americano, siamo ancora molto indietro.
3. L’utopia socialista: una nuova società senza classi, libera dai bisogni di base che sa programmare tecnicamente e democraticamente il suo futuro
E siamo del tutto fermi nel campo della programmazione che ho chiamato societale. Una forma di programmazione strategica, fondata sulla consultazione di tutte le “componenti materiali” della società: lo Stato, la società civile (materializzata, istituzionalizzata dal terzo settore), le imprese e le famiglie, ciascuna componente nelle sue sfere di autonomia e di rispetto del generale interesse, organizzato da permanente concertazione e consultazione.
Come fu scritto nel 1978 in un rapporto di una Commissione del Presidente Carter, un anno prima che l’America fosse travolta dall’ondata neo-liberista del Reaganismo: una società che pianifica, e non una società pianificata (a planning – non planned – society).
4. L’utopia socialista: globalizzazione e organizzazione cosmopolita
Vi è inoltre la grandiosa prospettiva della globalizzazione. Questo è il nuovo campo di azione che si apre al socialismo e alla sua tradizionale vocazione internazionalista.
Tramite la globalizzazione, credo che mai l’umanità sia stata così vicina all’utopia cosmopolita! Altro che politica “no-global”! Ancora una volta una sinistra (anche socialista) stupida, priva di visione di lungo periodo, tutta concentrata sul contingente e sull’effimero, residuato di PST non più aggiornato e trasferito su scala mondiale, ancora irretita in un “anti-americanismo” distruttivo, non si accorge di quello che ha sotto il naso, che la globalizzazione, con tutti i suoi difetti, sta muovendo per la prima volta in senso tangibile il sotto-sviluppo, sta trasferendo la modernizzazione occidentale nel mondo dominato dai fondamentalismi, dai rapporti sociali e di produzione “asiatici”, da tutto ciò che ha impedito finora in questi paesi libertà, educazione, democrazia, a cominciare dalla libertà sindacale e dalla autentica libertà religiosa! Ciò che sta avvenendo dopo la fine della guerra fredda in Cina, in India, in America latina, nel Sud-est asiatico sta portando questi paesi – anche oggi in cui ancora prevale una globalizzazione selvaggia – ad un tasso di sviluppo e soprattutto ad un livello di benessere reale medio incomparabile con qualsiasi altro momento della recente storia di questi paesi. Ma benedetto “capitalismo”, e benedetta “globalizzazione” se questo è il risultato! Perché è da qui, e solo da qui, e non da nient’altro, che la politica socialista può avere futuro in questi paesi.
Frenare, e in alcuni casi sabotare, anziché cavalcare, la globalizzazione, significa ritardare quella modernizzazione e quello sviluppo economico che sono poi la condizione per portare a reale protezione anche quelle “tradizioni” e “identità” e quel “multi-culturalismo” cui teniamo, ma che ha bisogno – in questi paesi – della rivoluzione “capitalista” prima (augurandoci che duri il meno possibile, ma ciò dipenderà da una chiara visione della sinistra) e di quella post-capitalista dopo (sui cui contorni e descrizione questa relazione si è concentrata per i paesi avanzati).
5. L’utopia socialista: il federalismo.
Qui dovrebbe concentrarsi l’attenzione dei socialisti agendo nella direzione di un sempre più ricercato e sviluppato federalismo fra paesi, a cominciare da quello europeo, che è lungi ancora dall’essere completato. (Lascio ovviamente alla relazione di Grigio Ruffolo, il compito di
E qui dovremmo evitare l’errore che hanno fatto (e tuttora stanno facendo) molte sinistre europee “nazionali”: di rifiutarsi ad un più spinto federalismo europeo, per conservare integre delle opportunità di un paradigma socialista nazionale (È stato il caso, cronico, della Gran Bretagna , e a ondate successive più o meno rientrate, di Danimarca, Francia, Olanda, etc.).
Sarebbe infatti un errore che per concentrarsi sull’“identità” europea e/o sul “federalismo” europeo si mettesse la sordina al, o addirittura si soffiasse contro il, federalismo mondiale (come molti fanno). Lo spirito federalista , (che a mio avviso dovrebbe essere un tutt’uno con quello socialista), e di conseguenza quello anti-federalista (che io chiamerei ancora “nazionalista”) è contagioso fra i livelli della geopolitica. Se ad un livello, quello europeo, si sviluppa una spinta all’unità motivata da una sorta di antipatia verso la egemonia statunitense e per creare un’altra “potenza” di contrasto alla super-potenza americana, si fa cattiva scuola, che si rivolta prima o poi come boomerang contro l’unità europea.(È il recente caso del fallimento della Costituzione europea). Il federalismo va accettato con tutte le sue regole fino in fondo, a tutti i suoi livelli: così lo si rafforza. In effetti, una costituzione europea, come già finora la Comunità, poi Unione, sono stati degli ottimi esempi modello – dopo quello, storico, degli Stati Uniti di America (ancora insuperato dal punto di vista formale) – di federalismo per tutto il mondo. In effetti quel modello europeo avrebbe potuto essere di esempio e di stimolo alla costituzione di organizzazioni federali “intermedie”, “regionali” fra paesi di altre aree o regioni del mondo. (Medio Oriente, Africa, America latina, Sud-est asatico). Ma ha saputo dare il buon esempio?
E, soprattutto, come esempio di responsabilità mondiale di fronte agli eventi “caldi” nel mondo, in cui la presenza militare e poliziesca, e perfino solo diplomatica, diversa e nuova rispetto a quella americana, sarebbe stata tanto utile, l’Unione europea ha saputo “superare” per saggezza, sacrificio, organizzazione e presenza quella americana, di cui pretendeva di essere “migliore”? Stiamo attenti, pertanto, a perdere di vista la linea maestra del federalismo, per scorciatoie laterali ed occasionali, o opportunistiche, che si riducono ad essere poi delle strade impraticabili. Ma rafforziamo la linea maestra del federalismo, costi quel che costi, a qualsiasi livello geopolitico si manifesti, come autentico volto del socialismo globale!
Ecco perché non si dovrebbe perdere nessuna occasione, in nome di un realismo politico che alla lunga si è dimostrato assai più perdente di ogni idealismo, di “cavalcare”, in quanto e come socialisti, la globalizzazione, di cercare di piegarla ad un maggiore controllo istituzionale, con tutte le forme di programmazione possibile, nel quadro di una sempre più forte istituzionalizzazione mondiale del federalismo; e ciò attraverso la proposta socialista di una radicale coraggiosa riforma delle Nazioni Unite, trasformate in una più articolata federazione o comunità o unione planetaria di stati. Anche questa federazione, estensione meta-nazionale dello “stato”, sarebbe una componente di quella costituzione materiale della società, di cui prima o poi dovremo registrare la presenza!
6.La Consulta socialista
A che può servire la Consulta socialista, se non a sviluppare una riflessione e un dibattito su “massimi” problemi.
Non è a questo che può servire la Consulta socialista?
Vogliono i socialisti farsi gli alfieri di questo riassetto materiale della società aggiornando per quello che va aggiornato il vecchio PST? Non potrebbe essere questo l’oggetto di studio, di dibattito e, se del caso, di incitazione, del nostro sodalizio?
Mi auguro che alla fine del nostro percorso, fatto di dibattiti guidati e ordinati, noi possiamo trovare ancora molte buone ragioni per essere e per chiamarci socialisti. Ma anche di esserlo in modi molto più chiari e fondati e meno approssimativi che nel passato.
Note
1 Si veda l’abbozzo di programma di lavoro proposto da Giorgio Ruffolo per il sodalizio della “Consulta socialista”, di cui questo seminario intende essere un primo passo. 2 Infatti nel passato il socialismo, come movimento politico, è stato marcato – nelle sue inevitabili e numerose dispute “dottrinarie”- da una costante interpolazione fra i due momenti indicati, che spesso è stata fattore di incomprensione e malintesi. 3 Con ciò intendo riassumere, senza tuttavia ripercorrerlo, il lungo travaglio dottrinario, in parte ancora valido ma in parte non più attuale, che agitato noi socialisti nella nostra storia, e che è stato già criticamente analizzato fra le due guerre nel ben noto scritto di Carlo Rosselli , appunto, sul Socialismo liberale. Ma ben altra acqua è passata sotto i ponti dalla fine dell’ultima guerra mondiale. E i tempi sono più che maturi anche per aggiornare la stessa analisi critica retrospettiva rosselliana del socialismo, alla luce delle imponenti trasformazioni strutturali della società nell’ultimo cinquantennio. 4 Tuttavia sui rapporti fra Rosselli e Marx, e più in generale tra il socialismo liberale e il marxismo si sono dette molte cose a mio modo di vedere imprecise e devianti, che meriterebbero una speciale nuova ricognizione. Mi riservo di ritornarvi in altro scritto. Ma propongo fin d’ora di farne oggetto di attenzione storico-teorica da parte della Consulta socialista. 5 Come noto, il suo principale libro, di fatto, fu pubblicato in Italia, solo a guerra finita, in edizione poco accessibile (Edizioni U, Roma-Firenze-Milano, 1945); ripubblicato poi dalla casa Einaudi solo nel 1973(!) (non senza poco nobile sabotaggio della “cultura organizzata” del PCI) grazie al deciso impegno del figlio John, di Aldo Garosci; e, finalmente, reso accessibile dopo molte traversie anche in inglese nel 1994, edito dalla Princeton University Press, a cura di Nadia Urbinati. 6 D’altra parte viviamo in un momento in questo paese, in cui si invocano da taluni la “riaffermazione”, da altri il “superamento” o la messa in soffitta, del socialismo, con argomenti però che non sembrano entrambi molto carichi di analisi e di riflessione, ma piuttosto calibrati su delle effimere e alquanto superficiali vicende politiche.7 Non dovremmo fare l’errore di scambiare questo elemento “utopico” e finalistico di una azione politica come “ideologia”; esso è semplicemente un elemento “logico” di ogni azione o programma. 8 Ciò che portò Carlo Rosselli a non aderire, ai suoi tempi, a nessuna delle due organizzazioni socialiste dell’epoca in Italia, appunto la “riformistica” e quella “massimalistica”, eternamente e stoltamente divise e sconfitte, senza costrutto alcuno, per l’intero secolo XX. 9 E dagli incombenti “opportunismi” (collettivi o personali che siano)! 10 Se dovessi raccomandare fra i lavori più interessanti (ovviamente nei limiti di quelli a me noti) che hanno tentato di dare una idea di quelle trasformazioni nel loro insieme e delle loro implicazioni in generale, indicherei i seguenti lavori: il vecchio ma ancora valido Daniel Bell (1973); per l’analisi degli effetti della società postindustriale: il più recente Fred L.Block (1990); e André Gorz, (1980, 1983); sulla crisi del Welfare State: G.Esping-Andersen (1990); sul nuovo lavoro: Klaus Offe e R.G.Heinz (1992); J.Rifkin (1995) Colin Williams & Jan Windebank (1998); Anthony Giddens (1990); sul terzo settore; V.A.Hodgkinson ed.(1989); C.Borzaga, ed. (1991); Amitai Etzioni (1993); sul post-capitalismo: R.L.Heilbroner (1976, 1995); A.Toffler (1980); l’antologia di J.Elster (1989) e Peter Drucker (1993).11 F.Archibugi, Critica del terziario: saggio su un nuovo metodo di analisi delle attività terziarie, , UICC, Centro Piani, Roma 1977. 12 Tutte cose che – se ancora abbondano in questo paese – fanno parte di uno stadio di sviluppo delle relazioni sociali che tende a superarsi. Almeno è sperabile! 13 Magari molto degradata, ma questo non è il punto, perché si registra anche nei paesi in cui non è così degradata. 14 Quando frequentavo l’università, in Italia, subito dopo la guerra, il tasso di scolarità per il gruppo di età relativo era di circa il 4%, mentre oggi sta intorno al 50% nei paesi avanzati; ciò significa che ai miei tempi solo 1 giovane su 25 aspirava all’università e alla laurea mentre oggi almeno la metà dei giovani aspirano a laurearsi; e non sarebbero disposti a fare altro lavoro che quello che hanno scelto come laurea.15 Su questo punto un più esteso esame sta nel capitolo 6: “Il cambiamento del mercato del lavoro” nel mio volume L’economia associativa (2002).
16 Ma nei paesi sottosviluppati dal punto di vista capitalistico lo “sfruttamento” esistente nonché la lotta di classe che ne deriva, avviene fra classi, o meglio caste, sfruttate dai poteri ancora feudali e legittimisti o da caste burocratiche e autocratiche, o da famiglie e imprese colonizzatrici di natura essenzialmente pre-capitalistica, trovando la borghesia imprenditrice semmai all’avanguardia del cambiamento e della trasformazione sociale. Qui lo “sfruttamento del lavoro” di tipo capitalistico, avverrà – e in parte sta già avvenendo, nel processo di globalizzazione, con probabili effetti che - se certo non accettabili da un punto di vista socialista - hanno effetti complessivi di reddito e di benessere incomparabilmente superiori ai regimi precedenti di tipo “asiatico” o pre-capitalistico. E ciò nello stesso modo in cui è avvenuto nei paesi occidentali avanzati, dove un immobilismo di reddito e di miseria durato millenni, e una stabile popolazione servile e oppressa, sono stati in poco meno di due secoli, sostituiti da società industriali avanzate con ritmi di crescita economica e di mobilità sociale impressionanti, accompagnati da progressi sensibili di libertà e democrazia politica (due fattori necessariamente interdipendenti). E nello spirito del socialismo liberale, tenendo conto degli esempi storici di tentativi che si sono fatti in nome del socialismo di bypassare la fase della maturazione del capitalismo per instaurare il socialismo (salto incompatibile con la logica stessa del conflitto di classe come teorizzato dall’analisi marxiana), tentativi che hanno di fatto abortito, creando solo regimi politici totalitari e reazionari anche se tinti di socialismo, assai più somiglianti ai regimi autoritari, anti-liberali, anti-sindacali e integralisti pre-capitalistici che non al socialismo, mi sembra che dovremmo stare molto attenti a non tentare nuove scorciatoie. Le derive populiste e reazionarie sono sempre in agguato. Una visione schematica dell’evoluzione del capitalismo nelle sue più importanti fasi storiche e nel suo significato, l’ ho argomentata meglio in uno scritto di alcuni anni fa: Tra neo- capitalismo e post-capitalismo: i compiti odierni di una sinistra politica (ripubblicato in italiano 2007). 17 I dati statistici sulle attività non-profit non hanno raggiunto, a scala internazionale, quella codificazione e quella comparabilità pari allo sviluppo impressionante che di fatto hanno raggiunto. Negli Usa viene ufficialmente dichiarato che “dal 1998 al 2002 la spesa degli enti “tassesentati” del terzo settore hanno grosso modo costituito dall’11 al 12% del PIL e occupato circa il 9% della totale forza di lavoro civile americana. Ma vi è anche una grande quantità di transazioni e attività che si sviluppano fuori mercato (non market, hors marché) che non sono suscettibili neppure di essere “tassate” o “esentate” e che non hanno rilevanza economica, anche se assorbono risorse e producono benessere”. 18 Robert William Fogel (premio Nobel del 1993 per l’economia) in un più recente libro del 2000 sui cambiamenti della società americana dal 1960 alla fine secolo, afferma che stando alle tendenze registrate nell’ultimo quarantennio, potrebbe verificarsi un rovesciamento fra l’earn-work e il vol-work: mentre il primo rappresenta oggi il 75% e il secondo il 25% della forza lavoro, nel 2040 si potrebbe verificare esattamente l’opposto: il 75% di lavoro “volontario” contro il 25% di lavoro “per guadagno”. (Per conoscere meglio le basi del calcolo, e le diverse articolazioni della ricerca vedasi il libro di Fogel, The Fourth Great Awakening and the Future of Egualitarism, University of Chicago Press, 2000, oppure il mio libro L’economia associativa . Sguardi oltre il Welfare e nel Post-capitalismo, Einaudi-Comunità, 2002). 19 Tutto questo, ovviamente, è in fieri, in divenire. Il livello, la quota in cui la società post-industriale ha soppiantato o sta soppiantando la società industriale, è ancora largamente variabile da paese a paese. E quindi anche è molto difficile stabilire le quote di vecchio e di nuovo, di morto e di vivo, presenti in ogni stadio successivo di sviluppo, cioé la transizione da una società capitalistica a quella che definisco una società “post-capitalistica”.20 Come ben noto negli ultimi 50 anni lo Stato è passato dal controllare (come prodotto o come impiego) dal 10-15 per % al 45-55%, mediamente nei paesi avanzati (OCSE) del PIL. Lo stesso Keynes, che certo non può essere considerato un economista ostile all’intervento statale nell’economia, riteneva che tale intervento non potesse o dovesse superare il 20-25% del PIL! Poiché questo aumento quantitativo del ruolo dello Stato si è registrato nel mondo il più elevato tasso di sviluppo della produzione, del reddito e del benessere economico e non economico, mi sembra giusto ripetere – come faccio in più occasioni – che questa è la “prova storica” certa che l’intervento pubblico, almeno finora, non ha poi tanto danneggiato lo sviluppo economico, come molti economisti pretendevano che facesse (e come alcuni tenaci sconsiderati pensano ancora di affermare); ma semmai lo ha favorito!
21 Né bisogna dimenticare che lo stesso movimento sindacale ha costituito nel passato con la sua azione, e tuttora costituisce, un fattore di spinta allo sviluppo tecnico-economico, se tale azione viene concepita e articolata strategicamente a livello delle singole unità produttive (quindi evitando facili traslazioni inflazionistiche che nullificano l’effetto-produttività). Infatti, la pressione salariale esercitata in modo articolato, prudente e mirato, induce le singole imprese a introdurre innovazioni tecnologiche e metodi di lavoro capaci di risparmiare quel lavoro diventato più costoso, per migliorare così fortemente la produttività del lavoro (dove possibile), la propria efficienza, il proprio mercato. L’aumento della produttività del lavoro è la causa maggiore di crescita generale di una comunità economica. Progresso che in generale ha sempre reso possibile compensare la diminuzione di posti di lavoro nelle singole imprese con una espansione, magari anche nella stessa impresa o altrove, della attività in generale. 22 Per un esame approfondito dei tre profili di crisi, crisi che è oggetto di una infinita letteratura, mi limito qui a segnalare quanto da me raccolto per un rapporto al Consiglio d’Europa del 2003 (scaricabile dal mio sito Internet) e nel libro ripetutamente citato su L’economia associativa, cap.9). 23 Si è creata infatti una nuova classe immensa anche di gestori pubblici (le burocrazie, le “caste”) i cui redditi possono anche non essere favolosi, ma la cui produttività ed efficienza, se bassa, danneggia soprattutto i legittimi beneficiari della spesa pubblica, che sono le classi meno abbienti. Ciò crea larghe zone di “parassitismo di stato”, o “della politica”, come si dice oggi. Le prestazioni inefficienti della burocrazia portano molti consumatori a preferire l’offerta privata degli stessi servizi, creando un doppio spreco parassitario di risorse: quello dei contribuenti per servizi ulteriormente non utilizzati, e quello della destinazione di fondi pubblici a servizi che potrebbero essere meglio erogati per scopi per i quali non si hanno sufficienti risorse.24 Questa è anche la ragione per cui le eterne, ma annuali, tiritere (dette “manovre”) politico-economiche sugli “equilibri” macro-finanziari hanno poco senso se vengono fatte, come oggi effettivamente vengono ancora fatte: 1) con scarsa conoscenza degli effetti (costi e benefici) “reali” che producono; 2) se si applicano solo sugli incrementi (o decrementi) solo marginali della spesa pubblica (tra il 5 e il 10%) (con solenni e ridicoli riferimenti ai “programmi” dei diversi “governi”) dell’intero ammontare monetario della spesa pubblica! Quando, invece, non sappiamo niente di come vengono spesi annualmente il 90-95% della spesa pubblica stessa! [Ma ciò ci porta per il momento fuori dell’argomento di questa riflessione, benché ne conterrebbe dei risvolti fondamentali, di cui ci occuperemo più sotto]. 25 È il nome che le fu dato in numerose risoluzioni dell’Assemblea generale e del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite fin dagli anni 50 del secolo scorso per indirizzare il lavoro sia dei singoli stati partecipanti che quello stesso dell’ONU in quanto tale. Tale indirizzo è stato largamente disatteso. 26 Basta dare una occhiata ai programmi politici dei partiti oggi, tutti anodini, stracarichi ma indefiniti, proprio perché basati su una scarsa consapevolezza dei “limiti”, dei vincoli, all’operare. E tutti stranamente poco dissimili, se non negli accenti, su questo o quel problema, ma sempre trattato in modo generico. Nonché, tutti destinati ad essere poco “attuati”, per non avere fatto nessun riferimento ai modi e ai tempi di attuazione dei bei propositi (ciò che sarebbe stato, peraltro, impossibile dato lo stato inesistente degli studi e dell’informazione, mirata all’elaborazione strumentale del Quadro programmatico di riferimento, di cui sopra). Per verità, quella politica macro-economica che realizza solo “equilibri finanziari e monetari” senza conoscere che cosa si nasconde di “reale” dietro tali equilibri, e che definiamo “neo-liberista”, è caratteristica (e fa acqua) in tutte le parti nel mondo; si dimostra incapace di gestire i più acuti problemi del momento (da quello della povertà, a quello della pace, a quello dell’ambiente, etc.) che sono tutti interconnessi – e che vengono inutilmente e oziosamente studiati in sedi separate.27 Gli stessi metodi e le stesse procedure sono largamente diffuse a tutti gli altri livelli dell’amministrazione pubblica americana: gli stati, le municipalità etc.. Anche il Governo francese dal 2001 si è messo d’impegno a seguire una riforma analoga a quella americana, anche se le modalità stentano a partire da una base autentica di programmazione strategica (non si ha nessun programma pluriennale) e non si parte dalla ri-progettazione alla base della spesa. Negli altri paesi europei, si è ancora allo stadio un po’ diffuso ovunque, di un largo ricorso all’appalto esterno (outsourcing) e ad un sistema di controllo di gestione (audit) senza piani preventivi. In Italia, è meglio tacere. Per chi volesse saperne di più, ovviamente, consiglio alcuni miei lavori (2004, 2005), e una visita internet ai siti del GAO e dell’OMB, che sono le due Agenzie (la prima dipendente dal Congresso e la seconda dalla Casa bianca) depositarie dell’iniziativa e della realizzazione della riforma.
28 Vorrei solo ricordare che allo stato attuale del ruolo dello Stato sulla formazione e l’impiego del PIL, potremmo dire che all’inizio del XXI secolo ogni cittadino in media dipende dallo stato (in cambio delle tasse che paga) per una buona metà del suo benessere materiale complessivo, mentre rispetto agli inizi del secolo XX ne dipendeva solo per un decimo. 29 È estremamente significativo in proposito il sistema PART (Program Assessing Rating Tool) introdotto in tutte le Agenzie federali USA nel 2006 dall’OMB (l’Ufficio federale del Bilancio), nel quadro della programmazione strategica introdotta ormai fin dal 1993.30 Qui è il punto che vorrei sottolineare: l’introduzione della programmazione strategica nella pubblica amministrazione è un fatto “tecnico”, che si sta realizzando anche al di fuori di iniziative di governi di “sinistra” o socialisti. Ma ha anche una valenza politica nella direzione di un cambiamento che un tempo potevamo definire “socialista” dell’assetto sociale. (Non altrimenti di quanto nel passato è avvenuto per le cosiddette “conquiste” del welfare state, che storicamente non sono state introdotte da governi di sinistra, ma per lo più di destra, ma che ciò nonostante sono conquiste di sinistra, cioè progressiste).
31 Rapporto congiunto fra l’Ufficio di gabinetto del Primo Ministro e la Tesoreria di Sua Maestà (2007). L’Home Office (Ministero degli Interni) ha svolto una intensa attività per la costruzione di Comunità del terzo settore (si veda un Rapporto del marzo 2005: Strenghten Partnerships: Next Steps for Contact, che documenta sulle relazioni fra il Governo e il Voluntary and Community Sector. 32 E intanto informa che nella “rassegna spese” del Governo per il 2007 il Governo, attraverso il suo Office for the third Sector ha speso 500 milioni di sterline per rendere quella visione di collaborazione una realtà. 33 È il risultato di una ricerca recente del Centro di studi e piani economici.34 Mi auguro che le due pagine e mezzo (pp.193-195) di buone intenzioni, contenute sull’argomento nel programma “Per il bene dell’Italia”, possano al più presto trovare attuazione. Ma per una più sicura guida ed esempio sarebbe molto utile rifarsi alla massa di iniziative e di indicazione nel rapporto di Gordon Brown qui citato.
35 Va da se che qui, mi riferisco alla famiglia come unità sociale di base (di consumo e di produzione (household, menage) e non alla famiglia biologica.36 Questo approccio ha più di un’origine, più di una motivazione, e più di uno sbocco operativo. Alcuni socialisti, e fra questi i molti di provenienza comunista, (più frustrati di noi forse per gli errori passati) usano e motivano questa convinzione per sostenere (alcuni direbbero “giustificare”) la loro conversione ad un pragmatismo di governo, con molti compromessi con il Capitalismo. Altri, irriducibili, preferiscono pensare che il super-potente Capitalismo, il grande Moloch, ha vinto, ma è destinato a far danni grandi che bisogna contrastare con una politica alternativa.37 Si può capire se nutriamo un certo dispetto per non essere spesso chiamati o non aver potuto apporre su quei mutamenti in senso socialista il nostro copyright, il nostro timbretto d’origine controllata. Questo fa parte dei segreti della storia, di quella che un tempo Vico chiamò “eterogenesi dei fini”. Probabilmente il capitalismo è stato attore di una sorta di “eterogenesi dei fini” (conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali). 38 Gli scritti con asterisco sono scaricabili nel sito internet: www.francoarchibugi.it. Chi non “naviga” in internet può richiederli al Centro di studi e piani economici (Mail to: planningstudies@tiscali.it) indicando il proprio Email. Chi non usa Email, può richiederli al Centro di studi e piani economici, via Federico Cassitto 110, 00134 Roma, indicando il proprio recapito postale.Qualche riferimento bibliografico di questa relazione:
Bell Daniel (1973). The Coming of Post-Industrial Society: A venture in social forecasting. New York, Basic Books. Block F.L. (1990). Postindustrial Possibilities: A Critiqueof Economic Discourse. Berkeley, University of California Press. Borzaga C., Ed. (1991). Il terzo sistema. Una nuova dimensione della complessità economica e sociale. Padova, Zancan. Drucker Peter F. (1993). Post-Capitalist Society. Oxford, Butterworth-Heinemann Ltd. Esping-Andersen Gösta (1990). The Three World of Welfare Capitalism. Cambridge, Polity. Elster J. and Moene, K. O., Ed. (1989). Alternative to Capitalism. Cambridge, Cambridge University Press. Etzioni Amitai (1993). The Spirit of Community: Rights, Responsabilities, and the Communitarian Agenda. New York, Crown Publishers. Giddens A. (1990). The Consequences of Modernity. Cambridge, UK, Polity Press. Gorz Andrè (1980). Adieux au prolétariat. Au-delà du socialisme. Paris, E.Galilée. Gorz Andrè (1983). Les chemins du paradis. L’agonie du capital. Paris, Galilée. Heilbroner R.L. (1976). Business Civilisation in Decline. New York, Boyars. Heilbroner R.L. (1995). Visions of the Future: The Distante Past, Yesterday, Today, Tomorrow. New York, Oxford University Press. Hodgkinson Virginia A..&R. W. Lyman, et al., Eds. (1989). The Future of the Nonprofit Sector. San Francisco, Jossey-Bass Publishers. Offe C. & Heinze, R. G. (1992). Beyond Employment. Time, Work and the Informal Economy. Cambridge, Polity Press. Rifkin Jeremy (1995). The End of Work: The Decline of the Global Labor Force and the Dawn of the Post-Market Era. London, Putnam. Toffler Alvin (1980). The Third Wave. New York, Morrow. Williams Colin C. & Windebank, J. (1998). Informal Employment in Advanced Economies: Implications for Work and Welfare. London, Rougledge.Scritti di Franco Archibugi, sugli argomenti della presente relazione 38:
*(2007) La costituzione materiale della nuova società [Relazione al Convegno della “Consulta Socialista”: “Il socialismo democratico e liberale”, (Roma 6 Novembre 2007 Sala grande ex Hotel Bologna)] *(2006) Dal controllo di gestione alla programmazione strategica: passi necessari per rendere credibile l’attuazione dei programmi politici nella PA italiana. [Relazione al Seminario sul tema: “I controlli per l’attuazione dei programmi governativi”, Roma, sede CNEL, promosso dalla Rete istituzionale sulla misurazione delle attività pubbliche (30 Novembre 2006)]30 Documenti recenti americani e inglesi sul terzo settore Cabinet Office, HM Treasury, The future role of the third sector in social and economic regeneration: final report (Foreword by he Prime Minister, Gordon Brown), July 2007-11-06 Home Office, Strengthening Partnerships: Next Steps for Compact. The Relationship between the Government and the Voluntary and Community Sector, (March 2005) UsGAO, Government Accountability Office , Nonprofit Sector: Increasing Numbers and Key Role in Delivering Federal Services, (July 2007).
Documenti GAO e OMB sulla Programmazione strategica (Strategic Planning) e sul Bilancio di prestazione (Performance Budgeting)
Selezionati riferimenti fra la vasta letteratura sui due argomenti delle due Agenzie sono nei riferimenti nei vari scritti di Franco Archibugi indicati sopra.Commenta
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