Relazioni alla CONSULTA SOCIALISTA - 2 -
Roma - Hotel Bologna - 6 novembre 2007
CONSULTA SOCIALISTA
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Convegno su
IL SOCIALISMO DEMOCRATICO E LIBERALE
Relazione di Nerio Nesi su
L’impresa e la economia
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Roma, 6 novembre 2007
La economia é la disciplina che studia i processi di produzione, di scambio e di consumo dei beni e dei servizi atti alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri umani.
Le economia politica è una miscela di teoria economica e di arte di governo.
Essa propone soluzioni di natura politica, secondo diverse scale di valori e diverse visioni dell’uomo.
Dopo la disfatta della ideologia comunista e le difficoltà delle socialdemocrazie europee, è cresciuta la convinzione che le sole scale di valori ritenute “possibili” siano quelle basate sullo sviluppo senza limiti, sulla libertà assoluta della impresa e sulla massimizzazione del profitto.
Compito di chi si dichiara “socialista” è studiare le alternative, sul piano teorico e su quello concreto, a questa convinzione.
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La questione dello sviluppo investe il senso stesso dell’esistenza umana.
Ma occorre superare una concezione dello sviluppo inteso in senso puramente economico: poiché l’aumento del prodotto interno lordo non garantisce un’equa distribuzione delle risorse.
Un valore economico in crescita è una tappa fondamentale per generare risorse con cui soddisfare anche i bisogni sociali, ma la crescita economica non è il fine ultimo, perché uno sviluppo autentico presuppone di essere ecologicamente e socialmente sostenibile.
I processi di sviluppo implicano una redistribuzione non solo dei benefici ma anche del potere tra gli attori sociali e investono le caratteristiche qualitative della comunità.
Nella strategia per conseguire lo sviluppo trovano spazio sia il mercato sia l’intervento pubblico, sia il cosiddetto “terzo settore” (cioè le realtà del privato che si fondano su una prospettiva di azione collettiva non orientata soltanto dalla logica del mercato).
Nella impresa, il profitto, cioè la parte del reddito che remunera il capitale, non coincide con la creazione di valore economico, perché esso comprende anche tutti gli altri beni e servizi prodotti, interni ed esterni all’impresa stessa.
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In coerenza con quanto sopra enunciato la concezione socialista dello sviluppo comporta scelte non soltanto tecniche, ma anche e soprattutto politiche.
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In questo quadro si colloca la concezione della impresa moderna.
Ci aiutano in questa analisi gli studi di Peter Drucker, forse il più importante studioso dell’impresa di questi ultimi anni – e di Joseph Schumpeter, l’economista che più di ogni altro ha affrontato il ruolo determinante che l’impresa ha nella società.
Dice Drucker: “le imprese sono organi della società. Non sono fini a sé stesse. Esistono per svolgere una determinata funzione sociale. Sono strumenti per assolvere fini che le trascendono”.
Quindi la semplicistica equiparazione impresa=profitto ignora alcuni principi fondamentali.
L’impresa è un’equazione complessa: la proprietà, il lavoro, il territorio, l’ambiente. L’impresa deve produrre valori e benessere, e il suo profitto deve essere legittimato da questo.
Il management è al servizio dell’impresa e – attraverso il servizio all’impresa – anche degli azionisti, ma non solo degli azionisti. E l’etica del management non è produrre valore per gli azionisti: è produrre valore per l’impresa, in modo che questo valore poi si distribuisca tra tutti i soggetti dell’impresa, interni ed esterni.
La definizione di Luciano Gallino di impresa “responsabile” e di impresa “irresponsabile” esprime il concetto di impresa eticamente corretta o eticamente scorretta.
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Ma questo concetto come si colloca nella impresa che opera nella globalizzazione?
Con la parola “globalizzazione” si comprendono due fenomeni, senza un valore scientifico preciso: la finanziarizzazione e la internazionalizzazione.
La finanziarizzazione è il fenomeno per il quale la produzione cessa di essere soggetto per diventare oggetto del mercato. Il soggetto è il capitale nelle sue varie manifestazioni. La produzione è degradata a semplice valore di scambio.
La internazionalizzazione è il fenomeno per il quale la produzione non ha più carattere territoriale. L’intera organizzazione economica assume gradualmente dimensioni planetarie.
La globalizzazione è la somma dei due fattori sopra descritti, i quali hanno alimentato e poi utilizzato:
a) lo smantellamento dei controlli sugli scambi valutari;
b) la crescente liberalizzazione degli scambi commerciali;
c) la computerizzazione delle operazioni finanziarie e l’accelerazione istantanea della circolazione delle informazioni.
Questi fenomeni hanno avuto conseguenze decisive nella vita degli Stati nazionali e delle loro istituzioni.
La proprietà, gli scambi, i rapporti di lavoro tendono a essere regolati sempre più da un diritto metanazionale, le cui fonti sono modelli contrattuali uniformi, che scaturiscono da transazioni fra imprese multinazionali.
Molti economisti si interrogano perfino sulla sorte della impresa nel momento in cui la spinta a guadagnare il denaro attraverso il denaro tende a disintegrare il suo stesso cuore produttivo (la qualità del prodotto, i mercati potenziali, la capacità dei manager e l’eccellenza della forza lavoro, il patrimonio di conoscenze accumulate), in nome di un’altra logica, che è quella dei valori di Borsa, per esaltare i quali si vende, si compra, si spezzetta.
La conseguenza è che il nesso tra risorse finanziarie e ricchezza reale è saltato. Come descriverebbe l’imprenditore di oggi un redivivo Schumpeter? Come potrebbe quel capitano di industria avviare grandi progetti e applicare la sua potenza creativa, se viene ridotto a un segmento di una ben più potente rete finanziaria a livello sopranazionale? A poco a poco, la ricchezza finanziaria è diventata lo scopo supremo e la scorciatoia più facile a scapito degli investimenti produttivi, in quanto troppo poco redditizi e troppo lenti.
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La globalizzazione ha messo in evidenza le caratteristiche del capitalismo renano e di quello texano e quindi il differente ruolo che nei due archetipi è riconosciuto alla attività imprenditoriale.
Il rigetto del progetto di costituzione dell’Europa, da parte degli elettorati francese e olandese nei referendum sul Trattato costituzionale, è riconducibile, nella sua essenza, al timore che il modello europeo e il welfare state che ne è alla base siano destinati a scomparire sotto i colpi del liberismo texano.
E’ possibile creare un modello che, traendo vantaggio da quanto di buono ci offre la globalizzazione, ne contemperi tuttavia le degenerazioni e i rischi, tra cui quelli del consumismo diffuso e dell’economicismo dilagante? Occorre un nuovo equilibrio tra l’economico e il politico, tra il mercato e lo Stato, tra la responsabilità individuale e la solidarietà collettiva.
In questa direzione si può ripensare e rivitalizzare il modello renano… E’ una difficile transizione che affida a noi europei la missione forse più delicata. Di fronte ad un nostro fallimento, sarebbe difficile pensare a un dialogo diretto, immediato e costruttivo, tra le pulsioni globalizzanti del modello texano e l’arroccamento difensivo, segnato in tante parti del mondo dal fondamentalismo religioso e dal separatismo etnico.
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Diventa quindi importante l’analisi del nuovo ruolo dello Stato.
Si è aperta una contraddizione profonda tra politica economica degli Stati e internazionalizzazione dei mercati.
Ma gli Stati nazionali – con tutte le loro carenze – restano argini e contrappesi alla mondializzazione dell’economia e della tecnica, e sono gli unici soggetti “forti” in grado di rappresentare interessi generali e valori condivisi.
La fine della sovranità degli Stati nazionali sarebbe una perdita di peso dei cittadini, una voce in meno rispetto ai processi in atto, un indebolimento della libertà, della democrazia e delle regole.
Non è inutile ricordare, a questo proposito, le illuminanti parole che pronunciò Norberto Bobbio, commemorando Luigi Einaudi: ”La politica “sociale – egli disse - è, naturalmente, compito dello Stato. Nessuno Stato “può farne a meno, perché il regime di concorrenza ipotizzato dagli “economisti è una pura astrazione: nella realtà storica in cui agisce uno Stato, “si formano e si riformano continuamente quelle concentrazioni di potere “economico, che sono i monopoli, pubblici e privati, da cui il meccanismo “della concorrenza viene reso di fatto inoperante.
“Da ciò deriva che si rendono necessarie due forme almeno d’intervento dello “Stato, che anche l’uomo liberale, senza per questo diventare collettivista, “non può non condividere: quello destinato a combattere ogni forma di “monopolio, e quello rivolto a stabilire l’eguaglianza dei punti di partenza.”
Ancora più attuali sono le recenti dichiarazioni del Premio Nobel per l’economia del 2006, il Professor Admund Phelps, della Columbia University:
“Keynes era convinto che la attività economica è mossa e guidata dagli “imprenditori, e quanto più gli imprenditori sono coraggiosi e determinati, e i “finanziamenti privati sono adeguati, tanto più se ne avvantaggia lo sviluppo. “Ma lo Stato non fa parte di un altro pianeta. In uno Stato debole, è debole lo “spirito con cui gli imprenditori avviano le trasformazioni, c’è incertezza, non “c’è prosperità. E poi lo Stato può anche all’occorrenza intervenire “finanziariamente, in certe circostanze. Del resto, senza scandalizzarci “troppo, abbiamo l’esempio più clamoroso proprio qui in America: né Internet, “né il cellulare sarebbero nati e si sarebbero sviluppati se non avessero “avuto alla base il lavoro dei militari, cioè dello Stato”.
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Ma lo Stato che si voglia occupare di politica industriale deve essere più che mai uno Stato “intelligente”, nel senso più ampio del termine: uno Stato disposto ad accettare senza finzioni sceniche condizioni di rischio e incertezza, che sono connaturate a contesti fortemente dinamici e ad obiettivi di reale innovazione, proprio in quanto dotato di una capacità di lettura sofisticata e non discontinua degli eventi e dei processi, di costruzione flessibile e accorta di reti di relazioni e, infine, di accumulazione sistematica nel tempo delle conoscenze acquisite. Lo Stato che si voglia occupare di politica industriale deve quindi soprattutto dotarsi di strutture che siano vere e proprie “teste pensanti”, le quali abbiano un elevato livello di credibilità verso l’esterno, affinché esse gli siano subfornitori di idee, progetti, basi consensuali e attuazioni specialistiche.
Il riattrezzarsi in questo senso dello Stato appare requisito necessario per un fecondo adeguamento alla nuova condizione di sovranità limitata. Senza capacità di pensare, non riuscirà mai a essere Stato esperto e tanto meno persuasore di alcunché; senza capacità di essere interlocutore intelligente del potenziale di auto-amministrazione del sistema economico,
sarà un pleonastico Stato garante e anche uno Stato negoziale fastidiosamente marginale.
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L’imprenditoria privata italiana
La vocazione imprenditoriale è un elemento positivo della struttura sociale italiana: e quindi qualsiasi discorso sulla nostra imprenditoria, grande, piccola e media, deve partire da un atteggiamento di considerazione,
E ciò perché la borghesia imprenditoriale, con tutti i suoi vizi, la sua debolezza, i suoi tentativi di riversare sullo Stato le perdite delle proprie aziende, è pur sempre ancorata ad un ruolo.
Ma il problema di fondo è se esista la capacità (o la volontà) della borghesia imprenditoriale di costituirsi come classe dirigente: ciò che significa operare secondo obiettivi generali, sia sotto l’aspetto teorico delle idee sia sotto quello concreto dei comportamenti.
Non a caso, al momento della unificazione nazionale, la borghesia del Nord (con la felice eccezione di quella piemontese) lasciò la rappresentanza politica e gli affari dello Stato in gran parte alla borghesia meridionale. Né sono senza significato le nostalgie filoasburgiche di una parte della borghesia lombarda e veneta: la dominazione esterna aveva infatti sollevato quella borghesia dall’obbligo di esprimere direttamente istituzioni pubbliche e un sia pur limitato apparato politico.
Essa preferiva attendere ai propri affari nel quadro di una struttura statale creata e amministrata da altri.
Una borghesia che ha alle proprie spalle questo destino storico stenta ad assumere la responsabilità politica e culturale (oltre che morale) di una classe dirigente, impegnata nello sviluppo, insieme democratico ed economico, del Paese. Essa appare come un insieme di famiglie e di gruppi capaci di realizzare imprese anche strepitose sul terreno strettamente commerciale, finanziario e industriale, ma che non sanno (o forse non vogliono) imprimere un significato generale alla propria attività.
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La crisi della imprenditoria privata italiana è al tempo stesso causa e conseguenza di un impoverimento di classe dirigente.
E’ causa, perché in un Paese nel quale le grandi imprese di livello mondiale, si contano sulle dita di due mani, esistono pochi luoghi dove si forma quella élite manageriale che è un pezzo essenziale della classe dirigente nel mondo contemporaneo.
E’ conseguenza: perché il tramonto di alcune tra le maggiori aziende private rivela, a sua volta, la debolezza dei loro gruppi dirigenti, che hanno spesso identificato la alleanza con la politica come garanzia di sopravvivenza. Sicché, la selezione della classe dirigente ha privilegiato la capacità nei rapporti istituzionali, più del talento industriale.
Perciò il sistema delle imprese private italiane ha espresso complessivamente, (peraltro con numerose e importanti eccezioni), gruppi dirigenti inadeguati alle sfide della globalizzazione. E’ mancato, cioè, quello sforzo corale che solo i grandi dirigenti sanno creare, perché hanno maturato la consapevolezza che l’impresa è un’opera collettiva e un bene di tutti.
In realtà l’imprenditoria italiana ha spesso considerato la politica come uno dei tanti strumenti e delle tante variabili da mettere al servizio dell’obiettivo unico, che rimane quello del profitto.
Le considerazioni di cui sopra mettono in evidenza i limiti della borghesia imprenditoriale italiana. Non di tutta. Sono esistiti ed esistono nel nostro Paese imprenditori “eccellenti”, ai quali dobbiamo rispetto e stima.
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Il caso Olivetti
Adriano Olivetti, che è stato senza dubbio il più grande imprenditore italiano del suo tempo, si chiedeva: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”. Domande divenute celebri, alle quali egli rispondeva: “C’è un fine nella nostra azione di tutti i giorni. E senza la piena consapevolezza di questo fine, è vano sperare nel successo dell’opera che abbiamo intrapreso”.
Il fine era la realizzazione di “un’impresa di tipo nuovo” sicché – dichiarava Adriano Olivetti – “la nostra azienda crede… nei valori spirituali, nei valori “della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede, “infine, che gli ideali di giustizia non possano essere estraniati dalle contese “ineliminate tra capitale e lavoro. Crede soprattutto nell’uomo, affinché egli “trovi, nel suo posto di lavoro, uno strumento della sua dignità e non un “congegno di sofferenza. Rendere umano il lavoro può apparire “un’espressione retorica se letta o ripetuta distrattamente nel corso di una “conferenza: lo è molto di meno per coloro ai quali sia toccato il destino di “modificare il futuro di migliaia di altre persone.
“E chi ha avuto questo destino - concludeva Adriano Olivetti - deve anche “adoperarsi per far sì che la potenza della fabbrica, sia rivolta – oltre che ai “fini del benessere – anche al progresso dell’ambiente. Poiché a nessuno di “noi deve sfuggire un solo istante che non è possibile creare un’isola di “civiltà più elevata e trovare intorno a noi ignoranza, e miseria e “disoccupazione”.
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Fu utopia quella di Adriano Olivetti? Se per utopia si intende lo iato fatalmente esistente fra un ideale di riforma e la realtà sottostante – che sembra rifiutare ogni cambiamento – allora fu certamente una utopia: come quella della società senza classi, o quella della libera concorrenza. Ma fu una utopia “concreta”.
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Vorrei ora affrontare alcuni problemi specifici riguardanti l’imprenditoria italiana:
- Le imprese già di proprietà dello Stato;
- Verifica delle privatizzazioni;
- La ripartizione dei benefici all’interno delle imprese.
Le imprese già di proprietà dello Stato
Una delle operazioni più indecenti che siano state compiute nel corso della transizione dalla prima alla seconda repubblica, è stata la denigrazione sistematica e generalizzata dell’industria a partecipazione statale.
Partendo da un numero di casi negativi certo rilevante, ma non affatto coincidente con l’universo delle aziende di tale settore, si è costruita una etichetta di gestioni fallimentari, di croniche inefficienze, di corruzione, di infeudamento clientelare.
Dopo di che essa è stata sovrapposta a ciascuna di tutte le aziende del settore, dal momento della loro fondazione – magari risalente a generazioni addietro – ai giorni nostri.
In questo modo si sono falsati i dati statistici non meno che la storia economico-sociale degli ultimi cinquant’anni e si sono trasmessi di questa ai giovani una memoria monca e largamente fittizia.
La storia dell’industria a partecipazione statale compone in realtà una lunga e fitta rappresentazione, nella quale si intrecciano ed alternano aziende decotte e aziende prospere, ritardi tecnologici e innovazioni tecnico-organizzative che hanno talora anticipato di un decennio l’industria privata, politiche del personale spesso clientelari ed assistenziali, ma altrettanto spesso più aperte e lungimiranti di quelle praticate nelle imprese private.
Le imprese pubbliche hanno dato un contributo allo sviluppo del Mezzogiorno e del Paese, assumendosi, sin dagli anni cinquanta, in nome e, ovviamente, anche a carico della collettività l’onere di intervenire in zone e comparti produttivi dove i privati non avevano – a quei tempi – alcun interesse o alcuna volontà di intervenire.
Tutto questo è stato ricoperto e spazzato via da una ondata denigratoria che è stata spinta da interessi evidenti oltre che dalla ideologia del fondamentalismo liberista.
Se si ammette che tutte indistintamente le aziende a partecipazione statale sono state mal gestite, inefficienti o corrotte, l’implicazione ovvia è che lo fossero i dirigenti che per decenni le hanno guidate.
Il che è una evidente falsificazione. Non è accettabile infatti, né sul piano professionale né sul piano morale, che siano liquidabili come ilusi o servi della partitocrazia uomini che teorizzarono e misero in pratica l’idea che le aziende di proprietà dello Stato dovevano e potevano essere motori dello sviluppo economico e, al tempo stesso, centri di diffusione di una moderna cultura industriale.
Sono necessari degli esempi? Enrico Mattei, innanzitutto, fondatore dell’Ente Nazionale Idrocarburi (E.N.I.), al quale si deve la presenza italiana nel mondo del petrolio e del gas.
Ma non sono stati da meno Oscar Sinigaglia, fondatore della siderurgia italiana, Pasquale Saraceno, precursore di una politica industriale per il Mezzogiorno, e poi Guglielmo Reiss Romoli, Felice Balbo, Giuseppe Glisenti, Salvino Sernesi, Attilio Pacces, Raffaele Mattioli, Imbriani Longo, per citare solo alcuni dei protagonisti più significativi.
Verifica delle privatizzazioni
L’Italia ha privatizzato senza un progetto, nella convinzione che il resto sarebbe venuto da sé, e si è ritrovata BNL francese, Telecom spagnola, le Generali non si sa, per citare solo tre casi specifici nei settori bancari, assicurativi e dei servizi.
Sarebbe necessario una revisione storica degli anni Novanta, una verifica empirica dei risultati delle privatizzazioni in relazione alle attese.
Se, come credo, si vedrà che la modernizzazione degli assetti proprietari, la propensione agli investimenti e alla proiezione internazionale delle imprese privatizzate, le conseguenze per i consumatori e i cittadini sono state inferiori agli obiettivi, bisognerà avere il coraggio di guardare al domani, lasciandosi alle spalle gli opposti reducismi dei boiardi di Stato e dei privatizzatori della prima ora.
Non è immaginabile cihe si possa tornare indietro, rinazionalizzando (ma l’Inghilterra lo ha fatto per le ferrovie, la California per la energia elettrica).
Ma l’evidente incapacità delle forze del mercato di evitare il declino, postula un ritorno a politiche industriali che possano indirizzare la evoluzione del sistema produttivo nazionale lungo direttrici coerenti con gli interessi generali del Paese, a quelle politiche cioè che troppo sbrigativamente sono state accantonate, con i risultati che si vedono.
La ripartizione dei benefici all’interno delle imprese
Stiamo assistendo, in tutto il mondo, a una netta, radicale, redistribuzione del reddito fra capitale e lavoro. I dati Ocse ci dicono che in Europa negli ultimi venticinque anni la quota dei redditi da lavoro dipendente sul prodotto nazionale è diminuita di sette punti.
A cosa è dovuta questa tendenza? La causa principale è la globalizzazione nel suo intreccio con la rivoluzione tecnologica. Calcolando l’immissione nel mercato del lavoro di Paesi ex comunisti, della Cina, di altri Paesi asiatici, negli ultimi quindici anni l’offerta di lavoro a livello mondiale è raddoppiata. Quindi c’è un radicale mutamento del rapporto di forza fra capitale e lavoro.
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Ma un fenomeno analogo è avvenuto nella ripartizione dei benefici all’interno delle imprese.
Nell’ultimo decennio, la quasi totalità degli aumenti di produttività è stata accaparrata dai top manager. Un top manager statunitense guadagnava vent’anni fa in media trentanove volte la paga di un operaio medio, adesso ne guadagna in media cinquecento volte. Questo testimonia una formidabile redistribuzione non solo di reddito, ma anche di potere. Lo stesso fenomeno sta trasferendosi in Europa.
Mi riferisco in primo luogo all’uso improprio dello strumento delle stock-option che talvolta, anche spesso, stravolge ogni logica e crea spaccatura all’interno delle aziende, tali da favorire forme di privilegi e di arricchimenti senza giustificazione alcuna.
Questo problema è legato e consequenziale a nuove politiche aziendali che hanno preso da tempo l’avvio, mirante ad impostare la gestione di una impresa nel breve periodo, nel privilegiare le plusvalenze straordinarie agli investimenti con effetti di lungo periodo, che posticipano i ritorni di reddito, ma assicurano la stabilità e la continuità storica della azienda stessa.
La verifica annuale o addirittura in tempi periodici più brevi, dei risultati economici di una impresa è divenuta puramente convenzionale. Essa si presta a contabilità di costi e ricavi non certi, ma stimati, in cui la aleatorietà degli effetti delle circostanze esterne gioca in modo irrazionale.
Una visione prospettica che privilegia la immediatezza del profitto allo sviluppo consolidato dei fondamentali della impresa, risponde più a furbizia effimera che a intelligenza lungimirante.
Ma sono i valori delle persone quelli che in questi ultimi anni sono cambiati di più. L’intensificazione della concorrenza fra le imprese si è purtroppo traslata in una dura e talvolta spietata concorrenza fra gli individui, ognuno in competizione con gli altri e tutti protesi a massimizzare il proprio tornaconto. Nasce da questo clima uno slittamento dei valori, il sopravvento dell’interesse personale, il cinismo, la perdita di senso etico e i conseguenti comportamenti spregiudicati e illegali di certi manager (non di tutti, fortunatamente).
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Conclusioni
Nei confronti del concetto di impresa, la Sinistra ha avuto nel tempo atteggiamenti mutevoli e talvolta contradditori.
Un tempo si identificava nell’impresa la figura del “padrone” e nella cooperativa la sua alternativa classista.
Si è passati poi ad una concezione dell’impresa come fenomeno con il quale convivere, ma identificando l’imprenditore buono in quello piccolo e l’imprenditore cattivo in quello grande. Fu la famosa concezione di “piccolo è bello”,cara alla Sinistra emiliana e romagnola.
E’ arrivata quindi la scoperta della imprenditoria privata come sistema, e la società per azioni come strumento di governo. E’ nato così uno dei mutamenti strutturali più significativi del nostro tempo: la nascita di centinaia, forse di migliaia di società per azioni, create da Regioni, Provincie e Comuni, amministrati anche dalla Sinistra, allo scopo di privatizzare compiti e servizi prima di competenza di rami della pubblica amministrazione.
Infine, é cresciuto a dismisura il popolo “della partita IVA”, presente soprattutto al Nord – Est, che la Sinistra si sforzava di concepire come ipotetico valore progressista e nel quale forse immedesimarsi.
Ed infine si è giunti alla figura del pensionato imprenditore di sé stesso, in quanto amministratore del suo trattamento di fine rapporto (T.F.R.).
Si trattava di una serie di scelte prive di basi politiche serie, ma legate ad alleanze temporanee.
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E’ in questo quadro che una Sinistra che voglia tentare una definizione della impresa del 2000 deve muoversi.
A questo proposito, credo che bisogna premettere che il socialismo democratico deve avere una visione positiva dell’impresa come manifestazione della capacità di iniziativa personale e della collocazione innovativa delle risorse.
Ma vi è una profonda differenza tra questa visione e quella della destra, secondo la quale il mercato sarebbe una struttura di relazioni tra individui mossi dalla pura e semplice ricerca del profitto e l’impresa sarebbe lo strumento più idoneo a conseguire questo risultato.
Sono perfettamente consapevole che le società per azioni e le società a responsabilità limitata sono state le più importanti invenzioni del sistema economico fondato sul capitalismo.
Ma sono anche consapevole che - nell’ambito di questo sistema – la politica è in grado di creare degli istituti di indirizzo e di regolamentazione delle attività imprenditoriali.
Ed è proprio dalla patria del capitalismo, gli Stati Uniti di America, e da quel Partito Democratico che è la sola Sinistra di quel Paese, che ci vengono indicazioni in questo senso: le coraggiose posizioni prese in questi ultimi
tempi da esponenti di quel Partito, ne danno un’ampia testimonianza.
D’altra parte la Comunità Europea aveva affrontato già nel 2001 il tema della responsabilità sociale della impresa privata con una serie di “raccomandazioni”. Ne riassumo qualcuna: porre in essere delle misure per attrarre e conservare lavoratori qualificati; effettuare il reclutamento della manodopera in forme non discriminatorie; investire nell’educazione e nella formazione permanente dei dipendenti; introdurre criteri stringenti in tema di salute e sicurezza; adoperarsi per l’integrazione dell’impresa nella comunità locale, sostenendone la vita sociale, culturale e familiare.
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Voglio infine ricordare che la responsabilità sociale dell’impresa è stata affrontata dal recente Congresso Nazionale del Partito Socialdemocratico Tedesco, che ha rimesso in discussione e, in parte modificato, precedenti posizioni di natura più liberista.
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Siamo quindi di fronte al tentativo di dare forma concreta ad un ripensamento sulla natura dell’impresa, che senza minare la sua autonomia gestionale, possa inquadrarsi nell’interesse generale.
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Ci sono però una serie di questioni riguardanti la gestione della impresa sulle quali coloro che si riconoscono nell’ampio schieramento progressista hanno il dovere di esporre la propria posizione e – avendo posizioni di governo – decidere cambiamenti.
Alcune di queste questioni hanno un valore etico.
Mi riferisco in particolare alle condizioni ambientali dei luoghi di lavoro, all’utilizzo del precariato, alle responsabilità della impresa sulla sicurezza sul lavoro. Questo ultimo problema – nel quale il nostro Paese ha un triste primato europeo – rappresenta una situazione inaccettabile che deve pesare sulle coscienze di tutte le imprese soprattutto quelle delle costruzioni.
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C’è poi un secondo ordine di questioni che riguardano quella che potremmo definire la situazione attuale della legalità decisionale. Mi riferisco al modo di operare dei consigli di amministrazione, al funzionamento degli organi di controllo, (collegi sindacali, società di revisione, che hanno dato pessima prova in molti casi).
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C’è infine un terzo ordine di problemi che riguardano il comportamento del capitale. Mi riferisco, in particolare, agli accordi di sindacato, alle cosiddette “scatole cinesi” e, infine, alla ultima novità: l’introduzione del cosiddetto sistema “duale” che toglie alle assemblee il compito della approvazione dei bilanci affinché gli azionisti di minoranza e in particolare i piccoli azionisti non abbiano alcun potere reale nella conduzione dell’azienda.
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Vorrei concludere questo intervento con le stesse parole che usò Giuliano Amato trent’anni fa parlando della politica industriale. E lo faccio rivolgendomi ai dirigenti dei Partiti del Centro Sinistra che sono presenti: “L’egemonia non è soltanto il prodotto dell’azione politica di chi sa essere più forte degli altri. Essa ha bisogno anche di un progetto sociale, di una cultura politica e di una cultura istituzionale con cui amalgamare, guidare, far evolvere verso fini che non siano soltanto o parole o, all’opposto, il frutto di interessi di cui ci si assume o la rappresentanza o comunque la responsabilità”.
Nerio Nesi
Roma, 6 Novembre 2007
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