Relazioni alla CONSULTA SOCIALISTA - 3 -
Roma - Hotel Bologna - 6 novembre 2007
Luigi Covatta
Il sindacato e il lavoro
Consulta socialista, Roma, 6 novembre 2007
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Non è questa la sede, né è questo il tempo, per ricordare come, quando e perché si è estinta la nozione di “classe generale”. Per limitarci ai contributi della nostra famiglia culturale, lo hanno già fatto Luciano Cafagna negli anni ’60, Paolo Sylos Labini negli anni ’70, e nel 1982, a Rimini, Claudio Martelli, che proprio sul superamento della “pietrificata sociologia marxista delle classi” fondò il suo ragionamento su meriti e bisogni, sull’alleanza fra quelli che possono e quelli che devono operare per il cambiamento.
Non è neanche necessario argomentare perché la difesa e la promozione dei lavoratori resta comunque il principale carattere distintivo del socialismo europeo, un carattere tanto più discriminante quanto maggiore è la distanza della sua elaborazione odierna dal rassicurante determinismo del marxismo della vulgata.
E’ invece necessario riflettere su come questa nuova consapevolezza della realtà del lavoro è stata recepita nelle politiche e nelle istituzioni del nostro paese, per concludere senza tema di smentite che è stata recepita poco. La stessa esperienza della concertazione, avviata da Amato nel 1992 e bene o male proseguita fino al recente protocollo sulla riforma del Welfare, ha ruotato soprattutto attorno al conflitto industriale e ai suoi protagonisti, senza peraltro intaccare obsoleti modelli di contrattazione e senza neanche realizzare pienamente una soddisfacente politica dei redditi.
Basta del resto riferirsi all’attualità per individuare un esaustivo catalogo dei punti critici delle politiche del lavoro nel nostro paese e per giustificare come tempestive e realistiche le ipotesi di innovazione su cui può fondarsi una politica socialista per il lavoro.
Si può cominciare col protocollo di luglio, frutto di una difficile trattativa., firmato col mal di pancia dalla CGIL e contestato dalla FIOM. Si può proseguire col referendum di ottobre, col quale il protocollo ha raccolto fra i lavoratori un consenso assai più vasto di quello che gli stessi promotori si aspettavano, ed è stato però bocciato dagli operai delle grandi industrie. Poi c’è stato l’incredibile tentativo del governo di riaprire il negoziato non più con le parti sociali, ma con la sua stessa maggioranza. Ancora, l’annuncio da parte del sindacato dell’apertura di una vertenza sul salario. Infine l’aumento di trenta euro (non necessariamente di trenta denari) octroyée da quel Sergio Marchionne che qualcuno, poche settimane prima, aveva confuso con Adriano Olivetti.
C’è quanto basta per capire che, nonostante il successo referendario di CGIL, CISL e UIL (che pure ha segnalato, come ha osservato Luciano Cafagna sul Corriere, il permanere nei loro confronti di una vasta, benchè generica, area di consenso), c’è qualcosa che non funziona nel sistema della rappresentanza dei lavoratori, e più in generale della rappresentanza degli interessi.
Un possibile itinerario per superare questa crisi, peraltro, può essere individuato proprio rivisitando il percorso degli ultimi mesi, lungo il quale non una “mano invisibile”, ma qualche Pollicino ha lasciato tracce per non perdersi nel bosco.
Le due tracce più evidenti sono contenute nel protocollo di luglio. La prima riguarda il salario, e la cauta sperimentazione in esso contenuta di criteri innovativi per agganciarlo alla produttività. E’ una traccia che porta alla rivalutazione della contrattazione aziendale rispetto alla contrattazione nazionale, e che va in rotta di collisione con l’egualitarismo ereditato da un’altra stagione delle relazioni industriali, quella adatta ai tempi del fordismo. Paradossalmente è proprio dal modello di contrattazione postfordista, infatti, che dipende la capacità del sindacato di valorizzare sia sotto il profilo salariale che sotto quello dell’organizzazione del lavoro il lavoro operaio, quello in carne ed ossa, intendo, e non quello della mitica “classe generale” di fordista memoria. Un lavoro che, come ha denunciato recentemente Luciano Gallino su Repubblica, è ancora troppo ripetitivo e pericoloso, ma che, come ricordava qualche tempo fa sul Corriere Giulio Sapelli, può essere ulteriormente riscattato dal progresso tecnologico, oltre che da un salario migliore. Senza dimenticare che con la riforma del modello della contrattazione, per esempio con l’adozione del contratto unico, i sindacati acquisirebbero autorità contrattuale anche rispetto al fenomeno del precariato, che certamente non si combatte abolendo lo staff leasing o manifestando contro la legge Biagi.
L’altra traccia, invece, riguarda il merito dell’accordo sul Welfare, e secondo osservatori non ostili al governo e al sindacato, come per esempio Chiara Saraceno sulla Stampa e Maurizio Ferrera sul Corriere, rischia di essere una traccia fuorviante, perché non va oltre l’orizzonte fordista.
Il combinato disposto delle due tracce, comunque, secondo me indica al sindacato un preciso itinerario. E’ sul Welfare, infatti, che ci sarebbe davvero bisogno di un soggetto contrattuale nazionale in grado di negoziare non solo il superamento dello “scalone”, ma l’equo accesso da parte dei lavoratori a quelle quote di reddito che nella società postfordista non dipendono dal salario, ma dal fisco, dalla formazione, dai servizi sociali, dagli altri servizi pubblici, dal controllo dell’inflazione, dall’andamento del mercato immobiliare, dalla gestione dei fondi pensione e da quant’altro, fortunatamente, arricchisce oggi il paniere dei redditi dei lavoratori. Ed è questo, non quello di definire un salario uguale per tutti, il potere contrattuale che le Confederazioni debbono preoccuparsi di non perdere, anzi di acquisire, lasciando invece il tema del salario alla contrattazione aziendale, come da ultimo ha suggerito Michele Salvati sul Corriere.
L’orizzonte di questa ipotesi, peraltro, non è necessariamente quello della concertazione burocratica e verticistica. Non mancano, infatti, le occasioni perché le confederazioni aprano vertenze anche aspre, per esempio sullo scandalo della formazione professionale o sul funzionamento del sistema sanitario e di quello dell’istruzione. Per farlo, però, occorre che le confederazioni assumano con più franchezza la rappresentanza degli interessi degli utenti, dando qualche dispiacere ai sindacati del pubblico impiego, e riprendendo una suggestione, quella del “sindacato dei cittadini”, che non è estranea alla storia del sindacalismo socialista.
C’è un’altra traccia, però, che il Pollicino invisibile ha lasciato nel bosco delle relazioni sindacali. Non è una briciola di pane, ma un macigno, e si è manifestata quando il governo ha negoziato con altri ulteriori modifiche ad un documento firmato dalle Confederazioni e plebiscitato dai lavoratori.
Non si tratta solo di un effetto della patologia politica in cui contingentemente ci troviamo. E’ infatti fisiologico che un sindacato che voglia negoziare a tutto campo sul Welfare abbia fra le sue controparti non solo il governo, ma il sistema politico nel suo insieme. Per scavalcare questo macigno il sindacato non può che presidiare più efficacemente la propria autonomia. E per presidiare l’autonomia non vedo altra strada che quella di rimettere all’ordine del giorno la questione dell’unità sindacale. Il sistema delle mediazioni interconfederali ed infraconfederali, infatti, con tutta evidenza non regge, e rischia anzi di avere un riverbero regressivo anche sull’evoluzione del sistema politico, dal momento che è tuttora conformato alle peculiarità di un sistema politico che non c’è più.
Non è il caso, ovviamente, di affrontare questa materia con un heri dicebamus rispetto alla stagione unitaria degli anni ’70. E’ il caso invece, per restare al latinorum, di rispondere positivamente all’Hic Rhodus che le criticità finora indicate pongono. Questa volta, infatti, l’itinerario dell’unità può essere percorso imboccando con decisione quello dell’indispensabile innovazione strategica. E’ cioè un’opportunità irripetibile per consentire al sindacato di superare il paradosso del “declinare crescendo”, del “volo del calabrone”, un paradosso che miracolosamente ancora regge, ma che non può reggere all’infinito, anche perché determina la progressiva sclerosi della stessa organizzazione sindacale, se è vero che secondo Carlo Carboni (Elites e classi dirigenti in Italia, Laterza, 2007) nel sindacato si registra il minore indice di turn over: l’11,1% fra il 1998 e il 2004, contro il 32% del ceto politico e il 46,6% del ceto manageriale.
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