LA DEMOCRAZIA DIFFICILE
Andrea Levi Della Vida commenta pensieri di Alfredo Reichlin
Per quasi tre settimane ho rielaborato mentalmente il discorso con il quale Alfredo Reichlin ha ricordato Aldo Moro il 28 febbraio. Un testo non semplice con il quale, attraverso la rievocazione del pensiero di Moro traccia una storia della democrazia in Italia. Partendo da “La svolta del 1901” con il passaggio dalla repressione di Bava Beccarsi all’era giolittiana ricorda come “in pochi anni l’Italia fece un balzo nella modernità, creò una grande industria, ci fu il riconoscimento dei sindacati e delle otto ore, la fine del «non expedit» e il ritorno dei cattolici alla vita politica. Il primo suffragio universale maschile”. Ricorda poi “Così penso a Moro e al significato del suo assillo tenace, ininterrotto su come dare risposta al problema di fondo, tutt’ora irrisolto, della storia italiana: la democrazia difficile” Un tema che Reichlin vede ancora attuale non per il pericolo di svolte autoritarie ma per il rischio “di passare dal governo della politica, intesa come sovranità del cittadino al governo delle così dette «consorterie».... ….. ritorna la grande domanda che la crisi italiana propone: chi comanda? Chi governa i grandi poteri, più o meno opachi, in lotta tra loro?”
Ancora ci ricorda che per Moro la politica era “Capire e interpretare i «tempi nuovi». Quale risposta dare (era questo il suo assillo) all’esplosione della protesta giovanile e, insieme, ai bisogni delle plebi povere che abbandonavano il Mezzogiorno e che pur di entrare nelle fabbriche si adattavano a vivere nei tuguri di città sconosciute e premevano quindi per avere nuovi diritti non solo politici ma sociali”. E più avanti “Io credo che dopo tanti anni bisognerebbe pur dire le cose come stanno e capire perché il centro-sinistra spaventò tanto i ceti privilegiati e perché la sua rapida eclisse apparve alla intelligenza di Moro non una conseguenza dell’eterna disputa tra PSI e PCI ma la conferma che la democrazia italiana quando si arriva al dunque di certe riforme, diventa difficile”. Cita poi i rapporti tra democristiani e comunisti e come Moro affermasse “il nostro non e l’anticomunismo della destra, è un anticomunismo democratico” categoria, l’anticomunismo democratico, considerata indispensabile per comprendere la storia della democrazia italiana; le relazioni tra comunisti e la Chiesa con le speranze che entrambi avevano suscitato nel dopoguerra e, tornando a Moro, dice “Era però acutamente consapevole che la crisi strisciante della democrazia italiana fosse arrivata al punto che il «destino non è più nelle nostre mani», Il discorso era rivolto alla DC ma io credo che l’ammonimento non valesse solo per il suo partito“. Il timore per la crisi della Prima Repubblica, timore condiviso “Io posso testimoniare che Berlinguer sentiva in modo perfino angoscioso che la Repubblica era a rischio”. Reiclin trova i motivi di instabilità nella anomalia della costituzione, scritta non “dalle forze realmente dominanti, quelle che stanno alla base della trama profonda e non contingente del potere. Fu scritta –ecco lo scandalo– dai capi delle masse escluse cioè da quelle forze popolari che erano state tenute fuori dalla costituzione della Nazione. Da un lato il mondo del lavoro, i famosi ‘sovversivi’ animati dall’ideale socialista, a dall’altra il mondo popolare cattolico tenuto fuori dallo Stato anche per decisione della Chiesa …”. Cita infine Pietro Scoppola che esortava a “..portare a compimento «il processo fondativi della democrazia italiana». In sostanza ciò che le vecchie classi dirigenti italiane, a differenza dei grandi paesi europei, non hanno mai voluto fare: accettare, cioè, quel fondamentale «compromesso» democratico con il loro popolo che consiste nel riconoscere i suoi rappresentanti come governanti a pieno titolo. Senza di che ogni cambio di governo finisce in Italia col determinare una specie di crisi di regime. ………. Compimento che solo in parte era avvenuto con la resistenza e il patto repubblicano e costituzionale, ma che subì un duro colpo con l’assassinio di Moro. …… E aggiungeva (cito): «Abbiamo un po’ tutti commesso l’errore di immaginare la transizione italiana a un livello esclusivamente politologico; di non vederne le condizioni più profonde culturali ed etiche. Come se il passaggio al maggioritario e al bipolarismo garantisse di per sé il compimento di quello che ho chiamato (parla Scoppola) il processo fondativo della democrazia italiana». Perciò Moro e attuale. E si capisce il perché del partito democratico. Esso, se vuole essere davvero un partito nuovo e al tempo stesso avere un fondamento deve riprendere questo processo incompiuto e portarlo avanti coerentemente. Non si tratta solo di culture riformiste da mettere insieme ma di pezzi di popolo che hanno perduto le vecchie identità e hanno bisogno di ritrovarsi in una identità comune, più ampia e più complessiva. Questo è il nostro compito. E noi possiamo portarlo a buon fine. Ma se possiamo guardare avanti è perché alle nostre spalle c’è una storia la cui trama più profonda ci accomuna.”
Un testo che mi ha lasciato un certo che di insoddisfazione: dai molti spunti di riflessione viene fuori una ipotesi sulle cause non convincente e come soluzione la speranza nel P.D., anche se leggendo tra le righe si intravede dell’altro.
Sul tema della democrazia difficile è tornato anche Veltroni alcuni giorni or sono, sempre ricordando il presidente della Democrazia Cristiana, ed esprimeva la convinzione che il Partito Democratico fosse una risposta al problema.
Perché abbiamo questo problema?
Alcuni giorni or sono una intervista a Carlo Verdone faceva conoscere al vasto pubblico la sua sfiducia nel sistema, e la convinzione della scarsa utilità del voto al fine di veder cambiare qualche cosa.
Poco dopo, quasi in risposta, sempre dalle colonne di Repubblica, Alberto Schiavone ragionava sui motivi per i quali invece era importante partecipare al confronto elettorale.
Accanto ai suoi ragionamenti si poteva però leggere un articolo di Roberto Saviano, dal titolo “Se un voto si compra con cinquanta euro”, incentrato sui rapporti tra Politica e camorra e di cui cito l’incipit: “NESSUNO vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l'equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora….”. (www.robertosaviano.it/articoli/9185/116/0 per il testo integrale).
La sensazione di scollamento tra la classe politica e la realtà del Paese è abbastanza diffusa. Il senso di ineluttabilità delle cose e di impotenza di fronte alla sordità delle classi dirigenti non è espressa solo da Verdone. Molti non si sentono né ascoltati né rappresentati. Mi è capitato pochi giorni or sono di incontrare una persona che avrebbe voluto promuovere una class action per danno d’immagine nei confronti di quei parlamentari che hanno dato alle televisioni di tutto il mondo uno spettacolo più consono a bettole di angiporto che ad aule di Camera o Senato.
La penna di Mario Pirani in un articolo "L'Italia l'è malada" (il testo integrale è qui in evidenza), comparso il primo giorno di primavera, poneva tutta una serie di puntigliose domande ai vertici del Partito Democratico su progetti e strumenti per il risanamento.
Non parlava peraltro esplicitamente del clientelismo.
Mi chiedo perché da circa trenta anni si gira intorno alla “difficoltà della democrazia” e nessuno ha mai trovato il coraggio di farne un’analisi rigorosa. Perché si continuano a dare per ovvii e scontati comportamenti corretti ed irreprensibili che tali non sono.
Perché nessuno ha dichiarato pubblicamente che il clientelismo, come l’alcol o la droga, mentre da un senso di benessere, ordine e potere sulle cose, lentamente e progressivamente mina il Paese aggredendone gli organi vitali: le istituzioni, la catena produttiva, i servizi pubblici, la società civile.
Non esiste un gradino che separa il lecito dall’illecito ma c’è una linea obliqua, continua, che, con un progressivo aumento della gravità delle azioni, unisce: la trasgressione delle regole nelle assunzioni o nelle nomine con gli appalti truccati, il pizzo e la eliminazione fisica di giudici o tutori dell’ordine.
La Democrazia richiede rispetto completo delle regole, trasparenza, responsabilità di cui deve essere chiesto conto con metodo e puntualità.
Non c’è da meravigliarsi se progressivamente scadiamo nelle graduatorie internazionali e sempre più diventiamo un Paese inaffidabile.
Se la battaglia al sistema clientelare diffuso ubiquitariamente non diventerà una questione politica centrale e la competenza non comincerà a far premio sulla appartenenza tutte le dichiarazioni di volontà di riforma non saranno altro che propaganda elettorale, rigorosamente da dimenticare alla apertura delle urne.
La Democrazia resterà difficile.
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