L'Italia l'č Malada
di Mario Pirani
“ L’Italia l’è malada/Ferri l’è ’l so dotour/ la riceta l’è catada/ tajagh la testa a tutti i sciour!” Era semplice per la sinistra padana del primo Novecento immaginare un ricetta per guarire l’Italia: affidarsi ad Enrico Ferri, il leader socialista di allora, in bilico fra riformismo e sindacalismo rivoluzionario -dilemma che risolse aderendo nel 1924 al fascismo vincente- ed invocare il taglio della testa di “tutti i padroni”. Avendo da tempo rinunciato a palingenesi rivoluzionarie, essendo infine approdata a sponde riformiste e, da ultimo, scaricando fuori bordo, grazie al veltroniano impulso, gli epigoni del velleitario comunismo di nostrana fattura, la sinistra riformista appare finalmente in grado di esprimere obiettivi fattibili e condivisibili almeno da una parte consistente del mondo del lavoro, delle professioni ed anche dell’impresa più moderna e competitiva. Nessuno può negare che un lodevole sforzo in questo senso è stato compiuto dal Partito democratico. Eppure chi si ponga ad auscultare, come fa il medico col fonendoscopio, il respiro profondo del Paese, sente trapelare rantoli di affanno, paura, incertezza. Ancora oggi “l’Italia l’è malada” e, malgrado ogni buona volontà, le ricette offerte dai due terapeuti contrapposti non appaiono sufficienti a guarirla. Certo il “si può fare” dell’uno come il “rialzati Italia” dell’altro, con quel che segue, si prestano ad alimentare speranze di cui fra un mese conosceremo l’esito. Quel che non riusciamo a sentire è la percezione che, al di là dei fremiti elettorali, si stia attivando un forte moto di rinnovamento della società e della politica, un movimento capace di diagnosticare i mali del paese e di affrontarne la cura, per quanto aspra essa sia. Per contro i programmi proposti denotano, come scrive Aldo Schiavone (“Repubblica” del 18 us), una rassegnazione insieme realistica e sconsolata, di fronte al “prosciugamento culturale dell’agire politico”, per cui non resterebbe che limitarsi ad “aggiustamenti secondari, ritocchi ai margini, programmi a breve”.Altri commentatori respingono la presunta omogeneità fra destra e sinistra. L’analisi più acuta (l’intelligenza discende per li rami) è quella di Filippo Andreatta (“Corriere della Sera” del 17 us) che avanza l’ipotesi di un’epocale trasformazione ideologica del nostro sistema politico che, una volta archiviata per sempre la parola del sindacalismo e delle sinistra di ispirazione marxista, torna alla contrapposizione tra una destra più protezionistica (e paladina dei produttori più in difficoltà) e una sinistra più liberoscambista (e preoccupata per una crescita dei prezzi devastante per i ceti più deboli). Sarà poi così ? E’ certo incontrovertibile che mentre il centro sinistra, durante il suo governo, si è addentrato nel difficile terreno delle liberalizzazioni, la destra, non solo attraverso gli scritti di Tremonti, ma quando governava si è mostrata tutt’altro che sollecita in quella direzione. Nella pratica, sia che si tratti di difendere la corporazione dei tassisti o di erigersi a difesa dell’ italianità fallimentare della compagnia di bandiera, la sua propensione al protezionismo rivela una naturale pulsione al populismo, gravido di nuovi debiti ma anche di facili consensi.
Al contrario le “lenzuolate” di Bersani hanno lascito consensi effimeri, forse perché esauritesi a mezza strada. Ma soprattutto perché, pur nella loro giustezza , non potevano colmare i ritardi strutturali che disegnano la patologia del nostro Paese. Sempre Filippo Andreatta li elenca affermando che essi non derivano dalla concorrenza internazionale ma dalla nostra incapacità e mancanza di volontà: si chiamano debito pubblico, inefficienza della P.A., scarsa propensione al rischio e all’innovazione degli imprenditori, sistema finanziario inadeguato, sistema formativo obsoleto, mercato del lavoro troppo rigido e inadatto ad un’economia aperta, devastante ridistribuzione del reddito tra lavoratori dipendenti con imposte trattenute e autonomi su cui la pressione fiscale dipende dalle loro dichiarazioni
Pur con dubbiosa cautela vorrei azzardare una risposta, almeno sugli aspetti fattisi acuti negli ultimi anni, di questa patologia, trascurando quelli secolari su cui si è detto tutto. A mio avviso la malattia si chiama Euro. Non però nel senso che non si dovesse tentare ogni sforzo per aderirvi, ché se fosse fallito vedrebbe oggi la lira in preda a una inflazione devastante, per l’effetto congiunto della discesa del dollaro e dell’ascesa verticale dei prezzi petroliferi. Per questa e mille altre ragioni vanno ringraziati ancora una volta Ciampi e Prodi che quella adesione hanno fermamente voluto, malgrado le ostilità congiunte dell’estrema sinistra e della destra berlusconiana e leghista. Non l’adesione, quindi, ma non aver davvero compreso cosa essa significasse e cosa comportasse l’assunzione di quella potente medicina monetaria, è la causa dell’ aggravarsi progressivo di tutti i nostri mali strutturali.
Nessuno è sembrato voglioso di capire e, tanto meno, di a spiegare che quella adesione non era solo un cambio della moneta e che i suoi effetti non si sarebbero esauriti in un aumento dei prezzi. Tema, peraltro, che è stato affrontato ed ha alimentato motivate polemiche per la scarsa vigilanza e la carenza di iniziativa in proposito del governo Berlusconi. Ma tutto ciò è rimasto ben al di sotto della percezione reale dell’evento e delle conseguenze che ne sarebbero derivate. Le aveva intuite alcuni anni prima, con chiaroveggenza provocatoria, Beniamino Andreatta, quando aveva suggerito l’adozione del marco tedesco in Italia come leva per risanare obbligatoriamente il debito pubblico e l’inflazione a due cifre. Orbene, dietro l’effige dell’euro, vi era appunto la forza del marco e il nostro, come gli altri paesi aderenti, da quel giorno si sono fusi, non solo sotto il profilo strettamente monetario, con la Germania federale, lo Stato più forte di Eurolandia, che aveva accettato di sacrificare il simbolo della sua sovranità, in cambio dell’impegno a comportamenti economici coerenti dei partner di Francoforte.
La nostra illusione è stata di credere che per assolvere ai dettami dell’adesione, quasi tutti non scritti, bastasse adeguarsi ai parametri di Maastricht, a quello “stupido” limite del 3% del pil oltre il quale non è permesso indebitarsi annualmente, o anche, dimostrare fedeltà alla promessa di rosicchiare nel corso degli anni la montagna del debito accumulato che si ergeva allora, se non sbaglio, a quasi il 110% del pil. Oggi, dopo l’epoca facilona del governo Berlusconi, quei due virtuosi impegni sono stati recuperati in due anni per merito esclusivo di Prodi e Padoa Schioppa, eppure la malattia più generale persiste e si aggrava.
La causa sta nel fatto che gli italiani, ceti dirigenti compresi, non hanno percepito che dal punto di vista economico, nel senso più largo del termine, siamo tenuti a comportarci come laender tedeschi e che, non facendolo, non reggiamo all’impatto di una moneta sempre più forte, il marco-euro che portiamo in tasca. Per contro gli italiani nella loro stragrande maggioranza, i partiti, i sindacati, l’amministrazione pubblica, la scuola, i mass-media compiacenti e protestatari, le Regioni (tranne la Lombardia, l’Emilia, il Veneto e la Toscana, l’Umbria e le Marche che, non a caso, reggono e profittano dell’impatto europeo) si comportano come ai tempi della lira e, soprattutto, esprimono una cultura e un filosofia di vita appartenente al bel tempo della finanza allegra. Una cultura che aveva introiettato il debito pubblico come un valore salvifico. Esso permetteva, infatti, di alleviare il disagio dei ceti poveri con milioni di pensioni di invalidità e di assicurare senza gravami eccessivi la previdenza degli altri; di distribuire sanità senza badare a buchi e ladrocini; di mantenere aziende in perdita; di promuovere occupazione non produttiva; di tenere in piedi con copiose sovvenzioni e facilitazioni di ogni tipo un certo numero di grandi imprese pubbliche e private, anche se i conti non tornavano; di tollerare un fisco poco esigente (tranne che con i percettori di salari e stipendi) . La casistica potrebbe continuare a lungo, con un post scriptum: il debito pubblico, espresso in titoli di Stato, permetteva con alti tassi d’interesse un cospicuo reddito aggiuntivo a milioni di risparmiatori. D’altro canto, ogni qualvolta la congiuntura economica declinava, le svalutazioni pilotate della lira consentivano una ripresa, se pur drogata, delle esportazioni.
Un diffuso benessere e un vago senso di colpa, per chi se ne ricordava, causato da un indebitamento crescente che un giorno o l’altro nipoti e pronipoti sarebbero stati chiamati ad onorare, segnava la vita degli italiani. L’idea che lo Stato fosse ad un tempo qualcosa di estraneo o, meglio, di esterno alle responsabilità di ogni cittadino, ma anche un dispensatore obbligatorio di sovvenzioni, aiuti e protezioni ha permeato via via la mentalità corrente, l’azione politico sindacale, le aspettative della gente. Si sono consolidati e, come nulla fosse accaduto, sono sopravvissuti integri al passaggio all’euro i paradigmi che hanno continuato a determinare l’azione e il pensiero di gran parte degli italiani che seguitano a vivere e riflettere tra la nostalgia della lira e l’illusione che nulla debba cambiare. Non ci si è resi conto che da un giorno all’altro quel debito che doveva gravare sui nipoti è cascato addosso, con tutti gli obblighi connessi, alle generazioni attuali, Così negli ultimi sette anni la produttività dell’intero sistema economico tedesco è aumentata del 6,9% (quella per addetto nell’industria del 22,5%), mentre nel “laender Italia” è diminuita dell’1,4%. Ma non è la concorrenza altrui a danneggiarci quanto la nostra rinuncia a competere.
Il problema centrale è, dunque, quello dell’acquisizione di una cultura e di un comportamento competitivi e concorrenziali in tutti i settori. Un certo numero di piccole e medie industrie ed altre, come la Fiat, lo hanno capito e sono riuscite a compiere il salto. Alcune Regioni -che abbiamo elencato prima- sono all’avanguardia in Europa, ma la grande maggioranza del Paese, la pubblica amministrazione, vasti settori economici, la ricerca e quant’altro vivono ancora nel Paese della Lira. Nessuno, però, ha il coraggio di pensare e proporre quello sforzo nazionale immane, occorrente per risalire. Davvero e non a chiacchiere. Eppure non si dovrebbe temere, al punto cui si è giunti, di proporre il recupero di una stringente Programmazione poliennale con progetti e obbiettivi precisi e scadenzati. Altrimenti il “Si può fare” o “Alzati Italia” resteranno carta straccia.
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