MARIO CALABRESI, "Spingendo la notte pił in lą".
di Elisabetta Bolondi
Come si puņ non commuoversi fino alle lacrime ripercorrendo le storie politiche e familiari degli anni pił violenti e insanguinati della nostra recente storia? La capacitą della scrittura di questo libro importante sta nell'aver cancellato gli stereotipi e i pregiudizi ideologici che per anni ci siamo portati dietro, come una pesante ereditą. Mario Calabresi, parlando in prima persona, ripercorre con grande immediatezza e spontaneitą le proprie vicende familiari ma intrecciandole indissolubilmente con quelle tragiche di quegli anni: ecco allora che le famiglie dei morti per terrorismo rivivono, acquistano la loro personalitą di vere vittime di una catena di odi che sembra ancora non essere finita davvero. Emerge dalle pagine del libro la figura splendida della madre, Gemma, e di tutte le vedove e degli orfani che hanno cercato di vivere malgrado la dimenticanza e talvolta l'oltraggio di giornali, istituzioni, opinione pubblica distratte, lontane, immemori. Grande spazio viene dato alle figure di Ciampi e di Napolitano che hanno cercato, negli ultimi tempi, di ridare dignitą a quei morti troppo spesso, secondo l'autore, accomunati al destino dei loro assassini. Ma la lezione pił forte e incisiva del libro sta, credo, nella fedeltą alle istituzioni e nella fiducia nella giustizia che hanno mosso le azioni della famiglia del commissario Calabresi,mai alla ricerca della vendetta ma solo della veritą storica e della riabilitazione della memoria del padre ucciso.Commenta
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