L'Italia e il Nuovo: il difficile cambiare
Andrea Levi Della Vida commenta alla ricerca delle cause dell'immobilismo
Nell’editoriale di Sergio Romano sul “Corriere Della Sera” di domenica 4 maggio “DEMOCRAZIA SOTTO RICATTO Dalla Casta alla Deriva”, ( il testo integrale è consultabile all’indirizzo: www.corriere.it/editoriali/08_maggio_04/romano_e05418f8-19a8-11dd-ab0f-00144f486ba6.shtml ) si legge: “Fra «La casta», apparso nella primavera dell'anno scorso, e «La deriva », l'ultimo libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, esiste una importante differenza. «La casta » è la radiografia di una classe politico-amministrativa (secondo gli autori 179.485 persone) che ha usato il potere per distribuire a se stessa uno strabiliante numero di favori…….”, prosegue più avanti“«La deriva» dimostra che in Italia è accaduto esattamente il contrario. Il governo dei ricchi ha reso il Paese più povero, più ingiusto, meno educato, meno assistito e curato, meno intraprendente e meno dotato di servizi moderni di quanto fosse negli anni in cui i suoi uomini politici erano più sobri. Siamo al 46˚posto nella lista dei Paesi più competitivi.”
Commenta poi: “Dopo avere chiuso il libro di Stella e Rizzo il lettore constaterà che le ragioni di questa deriva sono apparentemente diverse, ma in realtà quasi sempre le stesse. Quando un ministro riformatore o un parlamentare coraggioso tentano di rendere il sistema più flessibile, più competitivo e più dinamico, qualcuno si oppone.” E conclude: “Non è vero che la situazione sia ormai senza scampo. È ancora possibile rompere questo circolo vizioso e liberare la democrazia ricattata dalle corporazioni. Ma è necessario uno sforzo nazionale, vale a dire molto più di una semplice maggioranza di governo. E occorre un governo che dimostri di averlo capito sin dal primo giorno del suo lavoro.”
Viene da pensare come mai due libri che hanno avuto il merito di descrivere nel dettaglio cose note per grandi linee a tutti coloro che in questo paese si confrontano con le difficoltà del lavoro quotidiano e del riconoscimento dei propri diritti abbiano tanta risonanza mediatica e così poco effetto. Spiego meglio. Argomenti di tal genere avrebbero dovuto essere al centro di campagne di stampa che denunciavano il malcostume e le deviazioni da comportamenti corretti. Forse sono passati sotto silenzio perché non facevano notizia, essendo noti a tutti. Ed una volta pubblicata, «La casta», non ha avuto come risposta una serie di dimissioni o querele, né i giornali hanno incalzato i responsabili di comportamenti scorretti per rendere di pubblico dominio le loro reazioni. Tutto è stato assorbito nel magma.
Sull’altra testata di grande diffusione “La Repubblica” risponde Eugenio Scalfari “Il potere blindato della destra zuccherosa” ( il testo integrale è consultabile all’indirizzo: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/04/050il.html ) iniziando con un commento su Schifani, Fini ed Alemanno ascesi al vertice di Senato Camera e Comune di Roma, lancia una frecciata a Grillo ed al Vaffa day, continua con il mondo globalizzato citando il libro di Giorgio Ruffolo «Il Capitalismo ha i Secoli Contati» e lo stupore della sinistra radicale scomparsa senza accorgersene. Elenca i meriti della destra che ha riscoperto il valore delle ideologie e conclude con il Partito Democratico: quello che non è e quello che dovrebbe essere. E le cose, molte, da fare: “Secondo il mio modo di vedere il Partito democratico deve farsi portatore di analoghe e alte ambizioni che sono al tempo stesso culturali sociali e politiche. Il riformismo di centrosinistra in un paese come il nostro è minoritario. Lo è sempre stato ma ha, deve avere, vocazione maggioritaria. Del resto le grandi trasformazioni sono sempre state - e non solo in Italia - realizzate da minoranze che seppero operare nel senso della storia programmando il futuro, rappresentando il paese vitale e responsabile, consapevole dei difetti, dei limiti e delle virtù degli italiani. Un gruppo dirigente coeso e non castale può e dev' essere animato da una grande ambizione. La sconfitta è stata dura, gli errori ci sono stati. Ambizione, non vanità. Dialogo, non trasformismo. Pragmatismo, non improvvisazione. C' è molto da fare.”
Si potrebbe obbiettare a Scalfari che il fatto che il P.D. non sia un certo numero di cosse non comporta automaticamente che si realizzi nell’opposto. E ci conforta su questa obbiezione il commento di Ilvo Diamanti, “Radici forti e rami secchi è lo strano albero del Pd” (consultabile a: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/04/045radici.html ) che analizza i risultati del voto e la geografia territoriale dipartiti politici con alcuni commenti che riprendono quello che avevamo affermato al momento della costituzione del P.D.: “Il Pd, in altri termini, ci sembra ancora un progetto incompiuto. Riflette una domanda diffusa. Ha raccolto un ampio sostegno sociale. Riscuote attenzione e curiosità, nei settori moderati e di sinistra. Una "novità" attraente, ma "vecchia" dal punto di vista del gruppo dirigente. Nazionale e ancor più locale. Dove i giovani, le donne, i lavoratori, gli imprenditori, insomma, i "nuovi", quando si affacciano alla politica trovano porte strette.” E dopo valutazioni sulla strategia del partito e sul suo difetto di non “intercettare” i sentimenti e desideri della gente conclude: “Altrove, negli Usa e in Europa, abbiamo assistito, in questi ultimi anni, al "ritiro" di figure come Gore, Kerry, Schroeder, Aznar, Gonzales, Blair. Battuti di poco. A volte, neppure. In Italia, salvo Prodi (l' unico, peraltro, ad aver vinto una elezione e mezza contro il Cavaliere), nessuno si dimette; nessuno paga le sconfitte subite in città e regioni importanti. Non solo: gli sconfitti vengono premiati con nuovi incarichi di prestigio. Mentre tutto il gruppo dirigente - ex comunista ed ex-democristiano - ha affollato le liste del Pd, occupando posti di assoluta sicurezza. In centro e in periferia. Il Pd: è rimasto a metà del guado. Incerto. Fra partito di iscritti e partito elettorale. Fra personalizzazione nazionale e oligarchia locale. Agita le primarie come una bandiera. Ma non le usa per selezionare i candidati alle elezioni politiche; spesso neppure alle amministrative. Mentre, a livello nazionale, fino ad oggi sono servite a confermare leader pre-destinati. Vorrebbe rappresentare il Nord restando Lega Centro. I piedi in Emilia e in Toscana. La testa a Roma E' uno strano albero, questo Pd. Le radici salde. Fin troppo. Non riescono a propagarsi. Il fusto fragile. I rami rinsecchiti. Le foglie crescono. Tante. Ma cadono presto.”
Che fare dunque.
Molto c’è da fare, concordo con Scalfari, ma se il quarto potere non cambierà il suo atteggiamento nei confronti della informazione, atteggiamento che spinge Marco Travaglio apparso da Santoro a parlare della “scomparsa dei fatti”, poco o nulla potrà cambiare. Sarà capace Scalfari, che di sfide e battaglie per la libertà ne ha condotte tante, di accettare anche quella che ora è necessaria.
Chiedere conto ai politici delle loro scelte facendo capire agli italiani come mai, ad esempio, dei dieci punti che Mario Pirani aveva indicato per il programma nessuno o quasi ci sia entrato veramente.
Capire come mai, di quel malessere profondo rappresentato in tante occasioni da Milano ai girotondi di Moretti a Grillo e altro, nessun politico in carriera si sia occupato cercando di dare una risposta, e così interrompere il ritornello secondo cui la gente va da Grillo per vedere uno spettacolo senza pagare il biglietto
Far emergere, dunque, nello scenario politico idee e persone nuove, per quello che fanno e dicono e non per la storia o le tradizioni di cui si dicono latori.
Andrea Levi Della Vida
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